Il 31 Ottobre 2019 si è conclusa la presidenza alla Banca Centrale Europea del Prof. Mario Draghi. Si è trattato di una presidenza che ha inciso profondamente sulla politica monetaria europea mediante il marcato ricorso agli strumenti di politica monetaria espansiva per rilanciare l’economia reale europea resa asfittica da una delle più lunghe e difficili crisi economiche e finanziarie del secondo dopo guerra.

Per meglio comprendere il contesto nel quale si è trovato ad operare il neoeletto Presidente della BCE, è necessario descrivere la situazione politica, economica e finanziaria in cui si trovata l’Europa negli anni immediatamente successivi alla crisi del 2008, nata negli Statiti Uniti e poi propagatosi nel resto del mondo.

Infatti, come è noto, la crisi dei mutui subprime, verificatosi nel 2007 negli USA, si propagò velocemente anche negli altri mercati finanziari, dove erano stati collocati parte dei titoli derivati (Junk bond) che contenevano al loro interno i risichi insiti nei crediti ormai in default che li avevano generati (asset backed securities and mortgage backed securities). Uno dei principali effetti di tale crisi fu il fallimento della banca Lehman Brothers, quarta banca di investimento operante nel mercato mondiale.

La prima reazione delle autorità monetarie alla crisi dei mutui subprime fu il taglio dei tassi di interesse. Infatti, già nel 2009 la Federal Reserve (FED), la Bank of Japan, la Bank of England, la Bank of Canada, la Sverigesriks Bank e la Banca Nazionale Svizzera hanno portato i tassi prossimi allo zero, diversamente da quanto fece la Banca Centrale Europea, prima della Presidenza di Mario Draghi, che ridusse i tassi di interesse solo di un punto percentuale.

La Banca Centrale Europea, dopo sei anni, decise di intraprendere lo stesso percorso della Federal Reserve intervenendo, in modo deciso, sul livello dei tassi di interesse unitamente al varo del primo programma europeo di Quantitative Easing.

Perché la Banca Centrale Europea ha deciso di intervenire solo dopo sei anni?

Le motivazioni ce le spiega il Prof. Marcello Messori, Direttore della Luiss School of European Political Economy. Il quale, nel corso di un’intervista che mi è stata rilasciata il 18 Settembre 2019, ha affermato che: “…diversamente dalla FED, la Banca Centrale Europea è un organismo indipendente ma deve trovare un punto di equilibrio nella sua politica monetaria che si adatti ad un numero di paesi molto elevato con andamenti economici diversi. Infatti, l’Eurozona non è composta da un unico sistema economico ma da diversi sistemi economici dei paesi che aderiscono alla moneta unica. Nel corso del tempo la Banca Centrale Europea ha dovuto trovare un punto di equilibrio nella sua politica monetaria rispetto a paesi che erano anche in congiunture economiche diverse”.

Il Prof. Messori, che avremo il piacere di incontrare mercoledì 13 Novembre alle ore 11,30 in aula 307A (sede di Viale Romania), è un economista di rilievo internazionale che ha al suo attivo più centocinquanta pubblicazioni scientifiche in italiano, inglese, francese e tedesco.

Nell’ultimo decennio, la sua attività scientifica si è concentrata su quattro temi: l’evoluzione del sistema bancario italiano, con specifico riferimento ai mutamenti nella struttura proprietaria; i modelli della nuova economia keynesiana, con un focus particolare su il filone fondato sulle asimmetrie di informazione e sui vincoli finanziari; il settore italiano dei fondi pensione; la governance economica dell’Unione europea.

Sarà, quindi, di grande stimolo per noi l’opportunità di incontrare il Prof. Messori per un confronto che sarà incentrato sui principali temi di politica monetaria europea che, oggi più che mai, sono di centrale interesse.

A cura di Bianca Cosentini

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