Giorno dopo giorno la situazione siriana si fa più ingarbugliata. Come in una partita a Risiko le forze in campo muovono le proprie pedine, i propri carri armati, con l’obiettivo di estendere ulteriore potere e maggiore influenza nel Medio Oriente e, forse, anche oltre. Ferocia, cinismo e tradimenti, che torna a subire il popolo curdo, dal 2013 impegnato con le sue milizie nella lotta senza tregua allo Stato Islamico e nella riconquista dei territori dello stesso.

I vecchi equilibri si sono irrimediabilmente frantumati con l’annuncio a sorpresa del presidente Trump; il ritiro dei soldati statunitensi ancora presenti sul territorio siriano ha di fatto acceso il semaforo verde per l’operazione militare Fonte di Pace, ideata dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan per creare una “zona di sicurezza” di circa 32 km, al confine tra Turchia e Siria.

Erdogan, infatti, mira a scacciare i miliziani dell’YPG dall’area attigua al confine con la Turchia, ed utilizzare quei 32 km di territorio nel nord della Siria per re-insidiare i due milioni di rifugiati siriani al momento in Turchia. Dal punto di vista turco, l’attacco e l’odio verso i miliziani dell’YPG è motivato dall’intrinseco legame che unisce le milizie curde e il PKK, un’organizzazione paramilitare che dal 1984 lotta in Turchia per l’autonomia curda e che, più volte, ha fatto ricorso a metodi di natura terroristica.

Il 10 ottobre è iniziato il ritiro dei duemila soldati americani ed immediatamente la Turchia, paese membro della Nato, ha avuto campo libero per lanciare il suo attacco alla popolazione curda.

Rimasti soli, i curdi non hanno potuto far altro che chiedere aiuto a Damasco, stringendo con Assad un accordo che prevede il dispiegamento di forze siriane lungo il confine tra Siria e Turchia. L’intesa, unica possibilità di difesa contro la violenza e l’occupazione turca, è ovviamente una vittoria per Assad, responsabile di milioni di morti nel corso della guerra siriana, ma è anche una vittoria per laRussia di Vladimir Putin.

Nel 2013 il presidente russo, approfittando del disimpegno americano avviato da Obama, riempiva il vuoto lasciato dagli USA soccorrendo Assad insieme all’Iran, con le pesanti conseguenze politiche e umanitarie che ben conosciamo. Putin, infatti, alleato e protettore di Damasco, padrino delle trattative di Astana nelle quali ha riunito tutti i protagonisti della guerra, continua a incontrare regolarmente i leader di Iran e Turchia, e con Erdogan è in particolare sintonia. In passato la Russia ha venduto all’interlocutore preferenziale un sistema di difesa antimissile S-400, cosa che rende improbabile un embargo ai danni dell’amico Recep con il quale, lo scorso 22 ottobre, termine del cessate il fuoco concordato da USA e Turchia il 17 ottobre, Putin si è accordato per un prolungamento dello stesso di cinque giorni, per permettere altro tempo ai curdi di lasciare il territorio lungo il confine con la Turchia. Il popolo curdo, dopo aver accettato il doloroso compromesso dell’accordo con Assad, ora non può fare altro che ritirarsi, costretto alla scelta obbligata tra il genocidio e la sopravvivenza.

L’Europa e l’ONU, intanto, mostrano tutta la loro debolezza. La condanna generale dell’offensiva turca, infatti, è un atto sterile, in assenza di azioni tangibili per fermarla. Sebbene i Ventotto dell’UE abbiano approvato all’unanimità di limitare l’esportazione di armi in Turchia, la loro condotta testimonia l’impossibilità di attivarsi efficacemente per la difesa del popolo curdo, ed evidenzia la paura che la minaccia turca di inondare l’Europa con 3.6 milioni di profughi possa tramutarsi in realtà. 

Senza il supporto statunitense, trasformatosi in un mese da alleanza militare con i curdi a sanzioni temporanee contro la Turchia da ritirare una volta completato il ritiro delle forze curde, l’Europa può fare solo la voce grossa, una tigre di carta dal ruggito rauco.

Quando milioni di profughi busseranno alle nostre porte, quando le vittime maldestramente difese delle nostre condanne formali cercheranno asilo sulle nostre coste, non ci sarà alcuno alibi, non ci si potrà nascondere dietro il refrain “aiutiamoli a casa loro”.

A cura di Anastasia Laurelli

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