Lo scenario venutosi a creare in Italia, agli inizi della terza repubblica, è stato sin da subito incentrato sulla discontinuità. Nella creazione del governo giallo-verde Lega e Movimento 5 Stelle hanno voluto siglare la loro alleanza attraverso il contratto di governo – null’altro che un’unione programmatica delle intenzioni leghiste e di quelle pentastellate – con l’auspicio (di vana speranza) che quest’ultimo facesse da collante tra le posizioni leghiste e quelle grilline. Una vana speranza, appunto, perché l’alleanza “giallo-verde” non ha provocato altro che l’ingrossare vigoroso delle liste elettorali leghiste, che hanno visto aumentare non solo le loro percentuali di voto (dal 17% al 36% fino alla crisi del governo Conte 1), ma anche la loro fetta di elettorato. Se prima la Lega di Matteo Salvini puntava prettamente al ceto medio del nord, si è ritrovato, buona parte del centro Italia e, incredibilmente, del sud Italia. Un’ascesa repentina di Salvini che forte dei sondaggi e della grande vittoria all’elezioni europee, ha innalzato sempre di più la tensione all’interno dell’alleanza grillina, portando il Paese nel baratro di una crisi senza senso e lesiva degli interessi del Paese: la crisi ferragostana (o del Papeete che dir si voglia).

La scalata di Salvini verso i “pieni poteri” era – a quanto pare – garantita anche dallo stesso segretario del Partito Democratico Zingaretti, che aveva rassicurato il Matteo “nazionale” di una condivisa volontà nell’andare al voto. Una volontà probabilmente reale, ma che non teneva conto dell’attore più decisivo di questa crisi politica: Matteo Renzi.

L’ex segretario del Pd – che vanta in Parlamento ancora gli uomini scelti da lui – ha portato, con l’aiuto di Romano Prodi da una parte e di Beppe Grillo dall’altra, il Partito Democratico ad un’incredibile alleanza politica con il Movimento 5 Stelle, con l’obiettivo dichiarato di evitare l’aumento dell’IVA (si passerebbe dall’attuale 22% al 25%), ma con l’obiettivo non dichiarato di arrivare all’elezione del Presidente della Repubblica nel 2022 e di regalare al Paese una nuova legge elettorale che possa sgonfiare e annullare l’attuale strapotere leghista. Ed è da questo punto che Matteo Renzi, assicuratosi che l’alleanza 5 stelle-PD andasse in porto, ha fatto partire la scissione dal partito di Zingaretti per dare vita al suo nuovo partito: Italia Viva.

Un partito ancora in fase embrionale, ma che conta già percentuali che l’attestano intorno al 5%. Una manovra da prima repubblica ha messo al tappeto la terza repubblica. In un colpo solo si è assicurato la possibilità di creare una rete forte tale da far crescere il neo-partito renziano, di avere una legge elettorale che, se verrà confermata nella sua natura prettamente proporzionale, gli concederà un “potere” decisionale pari – se non addirittura superiore – a quello di Craxi nel ‘79 e che inevitabilmente ingaggerà una lotta politica e di leadership con l’altro Matteo, con l’unico obiettivo di riportare la Lega ad una grandezza non più nazionale ma locale.

In un sistema che stava per esprimere un bipolarismo netto, Matteo Renzi si è incuneato e ha ribaltato le carte in gioco. Italia Viva ha rovinato i conti e ha fatto capire che non c’è mai due senza…Renzi.

A cura di Alessandro M. Alaimo

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