La politica è una questione di numeri: cifre elettorali, disponibilità economica e quantità di engagement sui social media. In una qualsiasi democrazia (occidentale), in mancanza di numeri, acquisire e mantenere il potere è improbabile. Tale tesi, sebbene possa eccellere per pragmatismo, senza dubbi pecca di riduzionismo. La democrazia, infatti, non può e non deve essere una mera questione quantitativa. Se così fosse, ci si ritroverebbe a trattare di tirannia della maggioranza tralasciando, invece, la vera sostanza della (liberal)democrazia: il dissenso e la protezione della minoranza.

Ed è la voce di qualità, dissidente e fieramente disobbediente di Marco Pannella, che oggi voglio ricordare, a tre anni esatti dal suo ultimo addio. Marco il Giamburrasca devastatore, il figlio discolo e protervo del liberalismo (Montanelli, 1979), il nonviolento, l’ antiproibizionista, l’anticlericale, il federalista europeo. Un leader che ha insegnato a scavare fino alla radice altruistica della politica. Una voce solista, ma non per tale ragione elitaria o meno potente di un coro monocolore: i referenda vinti ne sono la testimonianza.

Marco era una voce, ma soprattutto un corpo. Il suo fisico possente, centonovanta centimetri per oltre cento chilogrammi, era il solo medium di cui si serviva per portare avanti le istanze del suo partito. Nell’esperienza politica dei Radicali è, infatti, il corpo a fungere da leitmotiv delle più celebrate lotte politiche. Il leader carismatico usava  la propria carne per dar corpo alle battaglie dei Radicali, battaglie che essenzialmente erano di tutti, dell’uomo, dell’individuo. Il suo fine ultimo era dunque incarnare la libertà e non rendersi appetibile ed efficace a livello comunicativo: la sua corporalità era altro rispetto a quella dei leader che oggi si mostrano a torso nudo sui social (vedi casi nostrani o appena a Est). Dalla sua parte aveva la fortunata dote di non necessitare di dimostrare a tutti i costi di essere umanamente umano. Era un politico da marciapiede, difendeva gli ultimi e criticava la partitocrazia, ma non per questo definibile populista: la sua esperienza politica non può esser incasellata in alcuna logica dogmatica ed ideologica. Marco era un profeta laico ed usava un linguaggio religioso, ma a differenza dei comunisti, non prometteva salvifiche verità. La sola fede era quella di matrice liberale: la fede nell’individuo. Quella stessa fede che in fondo aveva alimentato i discernimenti di John Stuart Mill, Carlo Cattaneo e Carlo Rosselli.

Ma cosa rimane oggi di tutto questo? Il Partito Radicale pannelliano, come ogni partito che subisce la leaderizzazione (vedi Lista Pannella), si è esaurito con il venir meno della figura stessa del leader. La trasformazione in Partito transnazionale prima e la morte di Pannella poi, hanno in qualche modo segnato una cesura nell’esperienza politica dei Radicali. Attenzione: cesura, non fine. Se è vero che i diritti non sono mai acquisiti, è giusto ritenere di dover continuare a lottare per la tutela degli stessi. Ecco che le battaglie passate dei Radicali non si esauriscono nella vittoria nei referenda o nella morte del Leader, ma anzi si perpetuano nelle coscienze di ogni individuo che si vuol ritenere libero.

Marco Pannella, infine, lascia in eredità principi che allo stato attuale sarebbe necessario recuperare e concretizzare. Primo fra tutti il viscerale rispetto delle regole e delle istituzioni, al momento bistrattato o, nella migliore delle ipotesi, dimenticato.

A cura di Ludovica Roncolini

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