Alla vigilia delle elezioni per il Parlamento Europeo previste per il 26 maggio, gran parte dei cittadini italiani ha ancora le idee confuse su chi voterà. Il dibattito politico nel nostro Paese tende spesso a canalizzare l’attenzione intorno a pochi temi, oscurando molte questioni presenti nei programmi elettorali.     Ci siamo confrontati con Simona Bonafè , eurodeputata nell’ultima legislatura e nuovamente candidata per il centro  alle Europee del 2019.

A fronte del recente memorandum e del ruolo di primo piano assunto dall’M5S nella promozione di una cooperazione con il partner cinese, quali sono le prossime mosse del suo partito, cosa ne pensa sull’intesa italo-cinese e quali sono le eventuali proposte alternative del PD?

“Penso che la Cina sia un partner commerciale d’importanza fondamentale per l’Europa e per l’Italia, tralasciando la questione del 5g e dell’utilizzo dei dati sensibili che è una questione a parte, che pone un problema di grande attenzione e va trattato con molta delicatezza, e che di fatto è stata stralciata dal memorandum. La Cina è un partner fondamentale, ma è necessario che stia alle stesse regole dei produttori Italiani se vuole commerciare con noi. Mi spiego: la Cina sembra continuare a rimanere un importante problema per quanto riguarda i prodotti contraffatti, è solita fare investimenti predatori in Europa, venire, acquisire know-how e tornare in Cina. Questo non possiamo permetterglielo, così come non possiamo permettere che entrino prodotti in Europa che non rispettano i criteri di sicurezza a cui sono sottoposti i prodotti italiani, spesso nel non rispetto dei diritti dei lavoratori e dei diritti ambientali. Quindi, se vieni in Europa devi venire alle stesse condizioni dei produttori europei. La domanda che si pone è: può l’Italia, un paese con 60 milioni di abitanti e un mercato di 60 milioni di abitanti, dettare le regole a un colosso di un miliardo e più di consumatori? È evidente che la risposta non può che essere no. Ecco perché ci vuole l’Europa, ecco perché l’Europa in un contesto di questo tipo può essere in grado di mostrare i muscoli, cioè di avere capacità contrattuale nei confronti della Cina, e allo stesso tempo di darci la capacità di difendere meglio i nostri interessi nazionali.”

In materia di Politica estera di sicurezza e difesa comune nel programma appare: “Dobbiamo contrastare nuove politiche di potenza e contrapposizione e riaffermare che solo uniti, insieme, in Europa possiamo dare risposta ai conflitti e alle sfide globali”. Il riferimento è all’aggressiva penetrazione economica cinese?

“Ci riferiamo alla Cina e non solo, quando oggi pensiamo allo scacchiere internazionale vediamo che ci sono grandi player mondiali, c’è la Cina, ma ci sono anche gli USA, c’è l’India ecc. Per altro, tutte le grandi questioni che abbiamo oggi, hanno bisogno di risposte che non possono essere date in chiave nazionalistica, una fra tutte l’immigrazione. Si dice sempre che l’immigrazione non è un fenomeno emergenziale, ma strutturale, e si chiede sempre che sia l’Europa a farsene carico e dare una risposta. La guerra commerciale tra USA e Cina è un altro dei temi, non possiamo pensare di dare una risposta ai dazi che ci mettono Cina e Stati uniti da soli come Italia. Ci serve un contesto europeo

“Ci battiamo per un’Unione politica, che sappia superare gli egoismi nazionali”. Come pensa che questo proposito possa conciliarsi con l’effettivo sentimento nazionalista che pervade attualmente l’Europa? In che modo pensate di poter convincere il cittadino italiano che una cooperazione politica sia più efficace di una chiusura a vantaggio di politiche sovraniste?

“C’è l’idea che gli interessi nazionali si difendano meglio in un contesto nazionale. Io credo che la risoluzione delle grandi questioni che impattano interessi anche italiani, non possa che essere risolta all’interno di un contenitore più ampio, anche perché se vigesse il principio del “prima gli italiani”, allora dovrebbe valere anche quello del “prima gli ungheresi”, “prima i francesi”, ma in questo senso allora viene meno il progetto dell’Unione Europea. Dobbiamo decidere se per noi l’Europa rappresenta solo un grande mercato, un’unione doganale, oppure se vogliamo che l’UE faccia un passo avanti. Io penso che per tutelare i progressi italiani si deve andare avanti, perché l’Italia oggi da sola non può fare più niente, non siamo più nell’800, nell’epoca degli stati nazionali.”

“Stop all’unanimità. Parlamento e Consiglio sullo stesso piano in tutti i settori”. Cosa pensa al riguardo?

“Questo dovrebbe essere l’obiettivo della prossima legislatura, sennò rimaniamo impallati su tante questioni. In Italia abbiamo fatto un referendum per superare il bicameralismo paritario, per evitare proprio che le leggi saltassero dalla camera al senato senza grandi differenze tra un passaggio e l’altro, provocando solo un rallentamento dell’attività legislativa. In Europa è ancora più complicato: abbiamo il Parlamento, che sicuramente ha aumentato le proprie competenze con il Trattato di Lisbona, ma abbiamo anche il Consiglio, l’organismo intergovernativo in cui sono rappresentati gli stati membri. Il processo legislativo europeo prevede il confronto di questi due organi su molti temi, al fine di arrivare ad un punto di caduta comune. Su molte materie, ma non su tutte. Su moltissime materie è prevista l’unanimità del Consiglio, con il risultato di trovarci nella maggioranza dei casi di fronte a un veto (come nel caso della web-tax), e quindi costretti a tornare al punto di partenza.”

Ambiente: cosa pensa sia possibile realizzare nei prossimi anni a livello europeo, anche a favore e a vantaggio dell’Italia?

“Intanto bisogna ben dirlo, le questioni ambientali nel nostro Paese non hanno mai molta dignità politica. Se ne sta parlando in questo periodo perché una ragazzina di sedici anni ha iniziato a mettere in moto un movimento internazionale e a sensibilizzare sul tema del cambiamento climatico, però in Italia, quando si parla di cambiamento climatico, si pensa sempre che si tratti di qualcosa di distante, come lo scioglimento della calotta polare artica o alla desertificazione di alcune zone dell’Asia, e che non riguardi la nostra vita quotidiana. La realtà è un’altra, anche le nostre zone sono e saranno colpite sempre più nei prossimi anni, e quindi bisogna, da una parte. Mettere in atto strategie di contenimento e mitigazione del cambiamento climatico (ad esempio gli investimenti nelle aree verdi delle città), dall’altra, politiche di contrasto al cambiamento climatico, e da questo punto di vista centrale è la questione sull’abbattimento delle emissioni di CO2. Questo significa cambiare il nostro modello di produzione energetica. Io in Europa in questi anni ho lavorato sull’Economia circolare, secondo cui, che nasce dall’idea per cui invece che continuare a reperire materie prime, con la tecnologia e l’innovazione si possano utilizzare i rifiuti per avere a disposizione nuova materia prima per il nostro sistema produttivo, che detta così sembra cosa irrealizzabile, invece ci stiamo già orientando da quella parte, bisogna solo sostenere questa transizione e mettere in condizioni l’ambiente di non essere un vincolo per il sistema economico, ma esserne parte integrante. E questo si può fare. Sicuramente è molto costoso, servono tantissimi e grandissimi investimenti: per avviare una transizione verso un sistema economico più sostenibile dobbiamo cambiare il nostro sistema di produzione, oltre che la nostra mentalità di consumatori. Ad esempio, parlando di digitalizzazione, passare da una mentalità di “possesso di un bene” a una di “condivisione di un servizio”, la così detta sharing economy. In Europa abbiamo anche affrontato in questi ultimi mesi di fine legislatura un dossier, che va proprio nella direzione di rafforzare gli investimenti in economia sostenibile, ossia, quando andiamo a finanziare un progetto dobbiamo sapere che tipo di attività andiamo a finanziare e gli impatti ambientali che questa avrà. E questo è un modo per sensibilizzare e avviare un ciclo virtuoso che metta a disposizione risorse.”

Pensa che l’Ecotassa sia una misura sufficiente?

“Posto che io sono anche per la Carbon-tax, non solo a livello italiano, ma soprattutto europeo, per lo meno europeo…ci vuole sicuramente una fiscalità di vantaggio per sostenere le attività economiche sostenibili, penso alla Carbon- tax come all’IVA agevolata per i prodotti con materiale riciclato o tutta una serie di agevolazioni per il mercato delle materie prime e seconde in base all’idea di mercato di economia circolare di cui abbiamo parlato prima. Anche in Europa abbiamo proposto una tassa sulle plastiche, quindi c’è sempre più una propensione ad andare verso una tassazione che metta in moto meccanismi virtuosi per l’ambiente. Per quanto riguarda l’ecotassa è sicuramente un qualcosa che sembra positivo, ma vedremo se effettivamente a lungo termine comporterà dei vantaggi, bisognerà vedere poi gli effetti pratici.”

A cura di Natalia Scaramuzzino

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