Sorge maestosa su Piazza Duomo l’opera del designer Gaetano Pesce “Maestà sofferente”. Si tratta di una installazione di otto metri che raffigura una poltrona dalle sembianze femminili trafitta da 400 frecce legata, nella parte dove è posizionato il poggia piedi della seduta, con una catena ad una grande palla di ferro. Il simbolo della prigionia.

L’opera, un omaggio alla poltrona Up5&6 che Pesce ideò 50 anni fa, da quando è stata posizionata in piazza Duomo, ha scatenato molte polemiche.

“L’arte fa discutere e fa crescere il nostro cervello – ha detto Gaetano Pesce all’inaugurazione – oggi, a distanza di 50 anni, l’esistenza della donna è ancora più minacciata di allora, ma fortunatamente sempre più sono le voci che si levano a sua difesa nel mondo. L’opera in piazza Duomo vuole celebrare la creatività italiana e nello stesso tempo riproporre il suo doloroso significato alla coscienza di centinaia di migliaia di visitatori provenienti dai diversi paesi del mondo”.

L’autore continua affermando: ”Secondo me questa opera è una festa, anche se triste perché si ricorda che le donne sono vittime di violenza, ma è meglio ricordarlo che negarlo. E’ un’occasione per discutere della violenza sulle donne e direi che ci siamo riusciti. Oggi è il tempo delle donne, anche in politica”.

Gaetano Pesce è un architetto, designer e scultore che ha realizzato numerose opere esposte in molti dei più famosi musei del mondo: dal Met di New York al Victoria and Albert Museum a Londra. Il Centre Pompidou a Parigi gli dedicò una intera mostra nel 1996.

L’installazione rimarrà allestita per tutta la durata delle giornate del Salone del Mobile che si svolge, come ogni anno, nel mese di aprile durante la Settimana del Design presso la Fiera di Milano a Rho. La sua prima edizione risale al 1961.

L’opera “Maestà sofferente” è una metafora della violenza sulle donne e raffigura un corpo femminile nudo, ferito e prigioniero. Lo stesso sindaco Sala ne ha commentato la tragica attualità affermando che: “E’ giusto che se ne parli perché ci stupiamo ancora quando succede un femminicidio”.

La storica poltrona Up5&6 del 1969 è stata ritenuta dalla critica come il simbolo del design italiano portatore di un forte messaggio sociale. L’autore dell’opera ha ribadito: “Ricordo che con quella poltrona ho voluto parlare di una condizione umana: la prigionia della donna vittima dei pregiudizi degli uomini, perché vive in condizioni ancora inaccettabili in certi paesi. Era un modo per me di parlare politicamente: non attraverso manifesti o comunicazioni che sono un po’ obsoleti, ma farlo con un oggetto industriale che aveva un potenziale nuovo di comunicazione”.

La poltrona Up5&6 e la recente installazione “Maestà Sofferente” sono la metafora di una condizione sociale che continua a perdurare nel tempo: la violenza sulle donne. Il corpo della donna, in “Maestà Sofferente”, è trafitto da 400 frecce come ricordo delle infinite testimonianze di soprusi che avvengono ancora ogni giorno. Intendo violenze sia fisiche che mentali. Ogni freccia sembra quasi ricordarci ogni lacrima, ogni grido di chi è stato oggetto di violenza senza ricevere alcun aiuto.

Le 400 frecce simboleggiano le vittime che nel corso degli anni, dei decenni, hanno continuato ad esserci e che ci saranno anche in futuro. Quelle frecce, anche solo a vederle, tagliano come lame. Le possiamo sentire tutti, entrarci dentro la carne e scavare fino all’osso.

Come un pugno allo stomaco vediamo anche il poggiapiedi della seduta – una palla che suscita ricordi antichi di crudele prigionia – legata alla poltrona con una catena. Simbolo di segregazione e di coercizione che impedisce ogni movimento. Impossibilità, quindi, di poter cambiare la propria condizione.

La vittima non può liberarsi da sola da quelle frecce e da quel macigno incatenato al piede.

No.

Tutti noi, insieme, siamo chiamati ad estrarre una freccia e spezzare un anello della catena.

Dobbiamo rendere possibile che in un futuro veramente prossimo, quando si celebrerà nuovamente l’opera Up 5&6 di Pesce, non dovrà più essere necessario denunciare le violenze contro le donne con centinaia di frecce, come testimonianza dei femminicidi.

Sarebbe bello, invece, rendere omaggio alla donna ricoprendo la figura femminile con infiniti fiori.

Bianca Cosentini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *