Il mare è sempre stato un attento osservatore degli eventi della Terra durante i secoli. Mentre s’infrangeva sulle coste, non solo è stato testimone delle singole vite che hanno affondato i propri piedi nella sabbia, pensando, sperando, combattendo per qualcosa, ma è stato anche luogo deputato agli scambi tra diverse popolazioni, oggetti, perfino culture. Quest’ultimo concetto concerne tutto ciò che riguarda la filosofia, la religione, i miti. Non stupisce, perciò, che l’Antica Grecia sia considerata come la “culla della civiltà occidentale”.

La Grecia è come un’Atlantide emersa. Le sue antiche architetture ci permettono di rivivere lo splendore del tempo con una punta di malinconia per ciò che è stato e che non tornerà più, ma ciò che è rimasto immutato è quello sfondo suggestivo, quel grande immenso blu che circonda l’arcipelago e la penisola greca dove possiamo perderci con uno sguardo.

Sebbene l’Antica Grecia abbia lasciato ai posteri una gran quantità di resti architettonici, ancora più vasta è la cultura che è stata tramandata, nonostante le storie siano state spesse raccontate in forma orale e non scritta e una sua parte è andata perduta. Tutta questa cultura continua ad influenzarci, tanto che molti film e libri si ispirano alla sua tradizione.

La “religione greca” ha giocato un ruolo di primo piano. Peraltro, ha avuto tale denominazione solo recentemente: infatti, non è altro che un miscuglio di filosofia e di storie, frutto dell’incontro di diverse popolazioni indoeuropee. In ogni caso, proprio da questa nascono i cosiddetti miti.

Nella cultura greca ve ne sono a bizzeffe, ma quello che vorrei sottoporvi all’attenzione è l’intramontabile mito di Orfeo ed Euridice e di come sia ancora attuale nella vita di tutti i giorni.

La storia è la seguente: Orfeo, straziato dalla perdita della sua amata Euridice, scende negli Inferi per riaverla indietro. Grazie alla sua lira e al suo canto, egli supererà svariate prove, come il traghettatore Caronte, il cane a tre teste Cerbero, i giudici dei morti e, infine, gli dèi Ade e Persefone, che si commossero “facendo conoscere all’oltretomba il sentimento della pietà per la prima volta” come affermò Ovidio nella sua opera “Metamorfosi”. Per questo gli fu concesso di poter risalire in superficie tenendo la mano della sua Euridice, a patto che non si girasse indietro per guardarla. Arrivato quasi a destinazione, però, lo assalì il dubbio che la mano che stesse tenendo non fosse quella della sua amata, ma quella di un’altra ombra. E così si girò, vedendo morire la sua consorte per la seconda volta.

Vi sono vari elementi che vale la pena analizzare.

Il primo fra tutti è il concetto di perdita, che può essere più esteso della sola morte fisica: può essere anche mentale, psicologica. Insomma, può essere racchiusa nel concetto di assenza, di fine di un qualcosa.

Per affrontarla, ognuno di noi è costretto a scendere negli “Inferi”, un percorso che s’intraprende per superarla: non sappiamo dove ci porterà, né quale sarà il risultato ma bisognerà toccare l’abisso per risalire la china. Citando Nietzsche:<<Quando guardi a lungo l’abisso, l’abisso ti guarda dentro>>. E aggiungerei che ti cambia, facendoti paura. Perché tutte le certezze, la felicità, l’equilibrio che avevi non saranno mai più gli stessi, non saranno più come li hai conosciuti in precedenza e ci domanderemo se torneremo a stare bene e quanto è lontano quel giorno.

Per arrivare fino in fondo bisogna affrontare delle prove dolorose: i ricordi, la nostalgia, la sofferenza, la confusione.

Un altro aspetto da considerare è la pietà, che dovrebbe essere provata da noi stessi e non dagli altri nei nostri confronti, perché solo se lasciamo che il tempo guarisca le nostre ferite, anche soffrendo, riusciamo a risalire la china. Una risalita fatta nella solitudine per ritrovare se stessi e, quindi, diversa da quella fatta da Orfeo, di cui mi colpiscono due aspetti.

Da una parte, la sua mancanza di fiducia fa presupporre che una volta che qualcosa si è rotto non potrà mai tornare come prima, perciò Euridice è destinata a morire. Il secondo aspetto riguarda più strettamente la figura della ninfa: non è un essere tangibile, ma un’ombra. E ciò dovrebbe far riflettere perché Orfeo non stava portando con sé la sua amata, ma le sue proiezioni, i suoi ricordi, le sue emozioni, che non corrispondono alla realtà. Tutto ciò non corrisponde alla vera Euridice, ma all’idea che Orfeo si è fatto di lei. In qualche modo l’ha idealizzata, come succede anche a tanti altri comuni mortali nella modernità.

Il mito di Orfeo ed Euridice finisce con la morte di Orfeo per mano delle Baccanti, rifiutando tutte le donne, in quanto amava solo la sua defunta consorte. Ho voluto ometterlo per una singola ragione: perché la perdita può avere un significato nascosto. Per quanto tortuoso e doloroso possa essere il suo percorso, ciò porta a un’evoluzione di se stessi. In Orfeo quest’evoluzione è venuta a mancare: è rimasto sempre lo stesso, chiuso nel suo dolore. Io, invece, vi auguro di trovare un senso e di potervi evolvere in qualcosa di migliore.

A cura di Maria Chiara Rocchetti