Il 3 febbraio 2019: Fiammetta Borsellino, ospite nel talk show televisivo “Che tempo che fa”, denuncia i depistaggi e le vicende che, a 27 anni dalla scomparsa del padre, continuano a rimanere irrisolti.

“Un’offesa al popolo italiano”, così Fiammetta Borsellino definisce “il depistaggio più grave della storia del nostro paese”, definizione attribuita all’omicidio di Borsellino dalla Corte d’Assise di Caltanissetta in una sentenza depositata il 30 giugno 2018. Anomalie e omissioni sono la certezza che lega anni di indagini e processi. In scena una vera e propria opera teatrale tra falsi pentiti, calunnie e forzature per portare avanti un’unica volontà di “occultamento della responsabilità di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa Nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del magistrato” (sentenza 2018). Mancate verbalizzazioni, mancati confronti che avrebbero fatto crollare interi impianti accusatori e ritrattazioni hanno caratterizzato l’intero “capolavoro” che continua ad andare in scena ripetutamente, fino a quando nel giugno 2008 Gaspare Spatuzza inizia a collaborare con la giustizia smentendo le dichiarazioni dei falsi pentiti Scarantino, Candura e Andriotta, costretti a collaborare dal questore La Barbera e dal suo gruppo investigativo.

Tanti i nomi e i quesiti che si rincorrono nella spirale di un dramma che sembra non avere fine: sul perché non ci fu maggiore protezione per Borsellino subito dopo la strage di Capaci, sulla scomparsa dell’agenda rossa, sul perché ci si avvalse della collaborazione dei servizi segreti in un provvedimento giudiziario, sul ruolo di coloro che hanno indagato da quel 19 luglio ad oggi.

Mentre l’inchiesta prosegue, pur nell’incertezza dei risultati fino ad ora ottenuti e di quelli che si potranno ottenere, a causa della sempre maggiore difficoltà di una ricostruzione dei fatti a distanza di un vasto lasso di tempo, forse occorre riflettere sul ruolo dello Stato quale garante di un giusto processo di verità, che nei fatti si rivela inadeguato.

“È necessario dare voce ad un dolore profondo inflitto alla società intera”, afferma Fiammetta Borsellino. Il dolore deriva da una ferita rimasta aperta per troppo tempo, infettata di omertà, di verità nascoste e di voci rimaste in silenzio troppo a lungo. Una sofferenza che continua a tormentare l’Italia tutta e una Sicilia desiderosa di rivalsa e di una giustizia per troppo tempo assente. È necessario iniziare a ricucire gli strappi cercando risposte concrete, disinfettando le coscienze nel profondo, ricostruendo l’autenticità dei fatti e restituendo all’Italia la dignità di cui Paolo Borsellino era un esempio. Eroi di una terra dannata, strappata al suo antico splendore, resa sorda all’urlo di migliaia di voci, cieca al fascino che la contraddistingue e muta di fronte alla reticenza dell’uomo.

Con l’augurio che ciò che fu il più fulgido centro del mondo un tempo non smetta di brillare, perché in Sicilia il sole s’alza ancora coraggioso all’alba, ogni mattino.

A cura di Valentina Ingrao

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