Sicilia. Isola dal retrogusto agrodolce, come i limoni e le arance che vengono prodotte in essa. Quando si parla di Sicilia, a tutti sovviene di respirare l’odore salmastro e pungente che permea nell’aria, causata da quel mar Mediterraneo che l’abbraccia e accoglie. Tutti immaginano visivamente i colori caldi che la natura paesaggistica offre ai suoi spettatori: il blu intenso del mare, il bianco delle sue spiagge. Tutti sentono addosso il calore dei raggi solari sulla propria pelle nuda, anche se siamo vestiti. A tutti risuonano nelle orecchie il verso del gabbiano e il rumore delle onde che s’infrange sulla costa e che ci ricorda la quiete di una vacanza. Insomma, tutti pensano alla Sicilia come una tappa turistica.

La Sicilia non è solo questo: è uno stile di vita. Sembra che gli isolani che la abitano siano fatti con lo stampino, tanto da essere raffigurati in tutto il mondo con dei caratteri stereotipati: accoglienti fino all’invadenza, diffidenti, ma al tempo stesso cordiali. Il sapore agrodolce è instillato nel DNA dei suoi stessi abitanti. In realtà, la Sicilia significa vivere in comunità e quindi condividere tutto: dai pettegolezzi di quartiere, alle ricette di cucina, finanche la sua cultura e la sua sapienza.

Già, perché la Sicilia deve essere menzionata anche per la sua tradizione millenaria che essa conserva in sé: dalle ondate migratorie greche e fenicie (che non si riversarono solo nell’isola ma anche in Puglia, Calabria, Campania, Basilicata e Sardegna), l’isola è stata luogo di incontro e di scontro tra culture. Solo per citare alcuni popoli, essa è stata colonizzata da romani, arabi, spagnoli, perfino dai normanni, che dal freddo della penisola scandinava hanno trovato riparo nella calda isola del Mediterraneo.

Sebbene tutto questo abbia prodotto una mole consistente di cultura, quella siciliana è spesso dimenticata. Nelle fiabe, particolarmente, si predilige narrare opere di autori più recenti e che sono maggiormente elaborate, come quelle di Andersen o dei fratelli Grimm.

Anche io sono stata una di questi “sfortunati”: non avendo genitori o parenti provenienti dalla Sicilia, le favole che mi sono state narrate non provengono dalla sua saggezza popolare, ma da un asettico libro di testo. Al contempo, mi ritengo fortunata ad aver colmato qualche lacuna.

In un’uggiosa giornata di inverno, seguendo il corso di arabo, la professoressa esordisce con una barzelletta araba. Narra la storia di una madre che ordina al figlio di “tirare” la porta dietro di sé (quindi di chiuderla) e di andare da lei dopo averlo fatto. Quindi, il giovane si presenta con la porta dietro la sua schiena, dichiarando: “Ecco mamma, ho fatto quello che hai chiesto”.

Questa barzelletta, in realtà, non è altro che una delle fiabe popolari del mitico Giufà, tramandate per secoli: si afferma che queste storie nascano dalle popolazioni mediterranee, come gli arabi e gli ebrei, ma già alcuni esempi di esse possono essere ricondotte alla tradizione buddhista.

Particolarità delle storie di Giufà sono i significati attribuite ad esse. Infatti, non sono delle semplici storie per bambini, ma gli stessi mistici-religiosi sono riusciti a dare un’interpretazione ad esse.

La professoressa perseverò a raccontarne di altre ancora, ma quella che mi colpì più di tutte fu la seguente: Giufà ottenne una grande eredità e gli fu consigliato dai suoi amici di nasconderla perché vi era un gran numero di ladri pronti a prendergliela. Così, si dileguò nel deserto e scavò una fossa dove inserì gran parte della sua eredità e si tenne il resto per sé. Dopo aver sperperato tutti i suoi averi, tornò nel deserto per recuperare un’altra parte. Passarono di lì alcuni conoscenti che lo videro tutto intento a cercare qualcosa e gli chiesero: “Cosa fai, Giufà?”. Egli rispose: “Ho messo nel deserto la mia eredità, ma non la trovo più!”. Gli amici lo rimproveravano subito: “Ma Giufà, non hai lasciato un segno?”. Egli spergiurò: “L’ho fatto, lo giuro”.

Gli amici, dunque, replicarono: “E cos’era?”

“Era una nuvola, ma adesso non c’è più”.

Fu come uno schiaffo dentro di me. La morale era semplice: mai affidare qualcosa di importante a un qualcosa o un qualcuno di passeggero, che un domani potrebbe non esserci più.

Da Giufà si possono imparare molte cose, nonostante esso possa apparire poco intelligente, perché egli è ognuno di noi. Chi non si è mai sentito fuori posto, sbagliato o semplicemente sbadato? Chi non si è mai comportato con leggerezza?

Personalmente, leggendo Giufà ho carpito molte morali che forse, vivendole in prima persona, non avrei percepito, offuscata dal mio punto di vista. Ciò che mi ha trasmesso, dunque, è di imparare attraverso altrui, non solo da coloro che ci circondano, ma anche da un libro o un film, e di dare un senso più profondo alle cose che ci accadono. Spero che anche voi possiate carpirne di altre.

A cura di Maria Chiara Rocchetti

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