N.B. L’articolo è fortemente sconsigliato a chi soffre nel vedere la punteggiatura errata e le ripetizioni, a chi non ha né tempo né voglia di comprendere, a chi non ama scavarsi dentro, a chi detesta sperimentare, ai vigliacchi, ai poco coraggiosi e forse anche a me.

La realtà è che non avrei mai pensato che recensire uno dei miei libri preferiti -Lettere ad un giovane poeta- si rilevasse così faticoso. Credevo che le parole sarebbero uscite senza troppi sforzi. E invece. Ho impiegato circa nove mesi a rielaborare quanto letto e tuttora non saprei da dove cominciare. Eppure. Da qualche parte si deve. Se non altro perché disprezzo l’immobilismo.

L’incontro con Rilke (avvenuto in prima istanza tramite I sonetti ad Orfeo) è stato epifanico. Provvidenziale. Amo ritenere che non sia stato casuale. Le sue parole hanno squarciato ferite mai rimarginate e curato delle altre. No, non può essere stato mero caso. Leggere Rilke è leggersi. Stupore. Orrore. Sublime. Sì. Lo querelo per furto di paranoie e di riflessioni notturne. Lettere ad un giovane poeta è dedicato a me. Davanti a Rilke sono nuda. Mi ha svestita con gentilezza ed ha frugato tra le mie paranoie e le riflessioni notturne. Mi ha ascoltato. Mi ha compreso. Non ha dato buoni consigli. Ha fedelmente riportato. Le mie paranoie e le riflessioni notturne. Tra le tante ha scelto quelle sulla solitudine. La mia cara, ricercata, ricreativa, talvolta forzata solitudine. “D’altra parte, non è per l’appunto nelle cose più intime e importanti che noi siamo indicibilmente lasciati soli?” scrive lui. Sì, siamo ineffabilmente soli quando si tratta di fare i conti con se stessi e le difficoltà della vita. Aggiungo io. Eppure. Tutta questa solitudine non è solipsistica, ma dinamica. È una solitudine non-isolata. Sì, si è soli, ma non si è isole. È una solitudine di tipo evolutivo che guarda da se stessa oltre se stessa. È una solitudine piena. Completa. Formata. In cerca di un congiungimento superiore. E infatti Rilke, con più semplicità: “Questo progresso trasformerà l’esperienza amorosa, adesso colma di errore, la muterà nel profondo, rimodellandola in un relazionarsi inteso da uomo a uomo, non più partendo dalla discriminante maschio e femmina. E questo più umano amore […] somiglierà a quello che noi, con faticoso travaglio, prepariamo: un amore consistente in due solitudini che si proteggono, si delimitano e si rispettano l’un’altra, mantenendo ognuna la propria identità. Sì, amare non è fondersi fino a confondersi. Se la tua solitudine non è piena. Se la tua solitudine ti è scomoda. Se la tua solitudine non è da te amata. Come fai a dire ti amo?

Caro lettore, ti ringrazio per esserti lasciato trasportare sino a qui. Arrivato a tal punto avrai capito poco su “Lettere ad un giovane poeta” e qualcosa sulle mie paranoie e riflessioni notturne. Avrai tante domande, forse. Lascia che ti risponda tramite Rilke: “Voi siete così giovane, così al di qua di ogni inizio; io vorrei pregarvi di avere pazienza verso quanto nel vostro cuore ancora si prospetta irrisolto e di avere care le domande stesse come stanze serrate e libri redatti in un idioma a voi ancora sconosciuto. Non cercate adesso risposte che non possono venirvi concesse perché sareste impossibilitato a viverle. Perché di questo si tratta, di vivere. Vivete adesso le vostre domande. Così forse, riuscirete, a poco a poco, senza accorgervene, a giungere un giorno ad avere la possibilità di vivere le risposte. […] Accogliete quanto vi accade.”

Ludovica Roncolini

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