• Cosa ti ha spinto a scegliere Barcellona come meta per il tuo Erasmus?

Allora, le ragioni sono diverse. Innanzitutto, a spingermi in Spagna, è stata la volontà di sfruttare e mettere finalmente in pratica ciò che ho potuto accumulare in quindici anni di Liceo Cervantes, scuola spagnola a Roma, che ho frequentato dai 3 ai 18 anni. Tenendo come punto fermo la volontà di andare in Spagna, inoltre, volevo però evitare di calcare esattamente il percorso seguito da mio fratello maggiore, anche lui laureato in Scienze Politiche e, anche lui, in Erasmus in Spagna, a Madrid. Barcellona era quindi l’opzione più valida.

Questa scelta di “sbarazzarmi” di un percorso già intrapreso da mio fratello, e quindi anche più semplice, rientra proprio nella ricerca di autonomia che mi ha spinto, tra mille dubbi ed esitazioni, a fare richiesta per l’Erasmus.

I motivi sono essenzialmente questi, oltre a i più classici e, se vuoi, banali, legati alla movida di Barcellona, al mare, al bel tempo e alla birra a prezzi stracciati.

  • Come sta procedendo la tua esperienza? Studiare all’estero è come avevi immaginato?

Posso dire serenamente che la mia esperienza sta procedendo a gonfie vele. Iniziata tra alti e bassi, tra giornate di estrema felicità ed altre di malinconia, sto iniziando a trovare la mia dimensione. In questo devo assolutamente ringraziare i nuovi compagni di squadra del Barcellona Rugby, che mi hanno fatto sentire a casa, nonché tutti i nuovi amici ed il mio coinquilino, conosciuto nell’estate 2015 e molto importante in questa esperienza. Per quanto riguarda lo studio, le difficoltà sono state dovute unicamente alla libertà, legata al vivere da soli, che a Roma è inimmaginabile, e che può, inizialmente, spiazzare.

  • Qual è la cosa che più ti piace del vivere a Barcellona? Hai un posto preferito in città o un luogo che ti ha colpito più degli altri?

Barcellona è piena di lati nascosti e di peculiarità. Sicuramente il bel tempo aiuta: arrivati al 12 di Novembre, spesso e volentieri, non serve nemmeno la giacca. Barcellona va apprezzata nelle piccolezze, nelle stradine e negli scorci. Un po’ come Roma, alla quale, però, nemmeno si avvicina. È una città viva, ricca di cose da fare e di persone diverse. Paradossalmente, da romano DOC, abituato al mio motorino SH e al traffico, ciò che sto apprezzando di più è la metropolitana, leggermente costosa ma molto efficiente.

Sicuramente, tra tutti i posti di Barcellona, ce n’è uno che mi è da subito rimasto impresso, scoperto dopo tre giorni dal mio arrivo, in piena crisi di malinconia, grazie ad un amico che vive qui da due anni. Si tratta di un Bar all’aperto, El Jardì, pieno di piante e capace di trasmettere un’atmosfera di positività, oltre all’avere nel menù un ottimo Vermouth della casa. Quello è sicuramente il posto al quale, fino ad ora, sono più legato, qui a Barcellona.

  • Qual è stata, fino ad ora, la difficoltà più grande che hai incontrato?

Beh, di difficoltà se ne trovano tante, spostandosi dalla propria casa ad un ambiente totalmente nuovo, in cui si è soli ed alle proprie dipendenze. Dal fare la lavatrice e rifare il letto, al prepararsi la cena, alle 23, dopo gli allenamenti di rugby. Tutte cose che hanno sempre fatto mamma e papà e che, improvvisamente, sei costretto a dover fare da solo.

Senza dubbio, però, la difficoltà più grande sta nella gestione dei problemi e delle emergenze. Vivere da soli ha mille risvolti positivi, ma anche positivi, come, appunto, l’essere da soli quando si è in mezzo ad una difficoltà e la consapevolezza di dover, per forza, cavarsela da soli.

 In parte, però, questa difficoltà è stata anche una sfida, nonché uno dei motivi per i quali ho deciso di intraprendere questo percorso, per cercare di maturare.

  • Che tipo di ambiente hai trovato nell’università e quali sono le principali differenze con l’ambiente della LUISS?

Questo è forse ciò che mi ha spiazzato di più. Venendo da una scuola spagnola, fatta di professori ai quali puoi dare del tu, di compiti giornalieri e di pochi, ma frequenti, esami, forse avrei dovuto aspettarmelo. Però, d’altronde, il passaggio alla LUISS mi aveva un po’ridimensionato.

In ogni caso, arrivato qui a Barcellona, mi sono trovato di fronte ad un sistema speculare a quello che avevo avuto a scuola. Professori giovani, presentazioni ed esami scritti. Tutto ciò senza libri, solo appunti, per poi trovarsi di fronte ad esami decisamente più facili dei nostri, in Italia.

La differenza quindi c’è e si sente. Come la LUISS, anche l’Università Ramon Llull è privata e, quindi, in certo senso, l’ambiente e le persone si assomigliano. Ciò che, invece è totalmente diverso e per il quale, a mio avviso, la Spagna è abbastanza indietro, è proprio il livello dell’insegnamento e i contenuti trasmessi agli studenti, che vengono fuori molto indirizzati verso un lavoro futuro, ma completamente privi di nozioni e conoscenza, che è ciò che, invece, contraddistingue il sistema italiano.

  • È ormai passato più di un anno dal referendum sull’indipendenza della Catalogna. Quanto ritieni che i lasciti di un evento del genere siano presenti e visibili nella vita di tutti i giorni a Barcellona?

Incredibilmente, e fastidiosamente, i lasciti sono tanti e molto presenti nella vita di Barcellona. Per quanto, a mio avviso, costruita, l’identità catalana è molto forte e si rispecchia nelle opinioni delle persone e, addirittura, nel contenuto delle materie che sto frequentando. Ad esempio, una materia si basa quasi interamente su mezzi di comunicazione e attori politici catalani, il che finisce per cadere nell’esagerazione.

Girando per la città si vedono, ovunque, fiocchi gialli indipendisti, anche a mo’ di spille, e bandiere della Catalogna, a testimonianza del fatto che il tema è ancora molto presente.

Con Puidgemont, ex presidente della Generalitat, ancora in arresto in Germania, gli animi delle gente non si sono ancora placati. Abbondano manifestazioni e segnali di solidarietà nei confronti dei “presos polìticos”, politici catalani legati al governo Puidgemont che si trovano, ad oggi e, secondo l’opinione popolare, ingiustamente, nelle carceri catalane.

Sicuramente l’aver vissuto in questa città, in un periodo del genere, è molto stimolante e, chissà, spero mi torni utile tutto ciò che ho raccolto qui, magari anche in ottica Tesi di Laurea.

In sintesi il legame è molto forte ed è presente da tutte le parti, a partire dalla mutua catalana, il cui slogan è “fem salut, fem paìs”, letteralmente “facciamo salute, facciamo paese”.

  • Come pensi di cavartela, ormai, con il catalano? Si tratta di una lingua profondamente diversa dallo spagnolo? A tua discrezione, ti chiedo un saluto a LED in spagnolo o in catalano!

Infine, per quanto riguarda la lingua, nonostante fossi partito prevenuto nei confronti del catalano, non ho avuto problemi rilevanti. Partito da Roma, molti mi avevano indicato la scortesia dei catalani, soliti a rispondere in catalano anche di fronte a chi non lo capisce. Di fatti, una situazione del genere sarebbe stata problematica. Il catalano proviene da un miscuglio di spagnolo, francese, italiano e portoghese, ed è quindi molto difficile da capire. Poi, in ogni caso, essendo io madrelingua in spagnolo, ho sicuramente più facilità di altri nel capire il catalano. Ma sarebbe stato sicuramente un problema in più.

In ogni caso, cosciente della difficoltà della lingua, l’Università offre corsi anche in inglese e in spagnolo, quindi non c’è nessun motivo di crucciarsi riguardo al catalano, se non per capire da che parte sia l’uscita della metro o cosa stia dicendo l’arbitro durante una partita di rugby.

Insomma, ci si può convivere benissimo, basta solo far notare di non capire il catalano per evitare fraintendimenti, e sperare nel buonsenso della gente.

Da Barcellona, per il momento, è tutto. Grande città e grande esperienza, anche se, appellandosi alla famosa “sindrome der Cuppolone”…bello tutto, ma Roma è Roma.

Moltes gràcies i veure’t al gener!

di Caterina Presta

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