Alda Merini è stata una donna dalle estreme sofferenze, mentali e fisiche. Nata a Milano nel ‘31, inizia a scrivere e pubblicare prestissimo. Attraversa due matrimoni, quattro gravidanze, lunghi ricoveri in vari istituti psichiatrici. Riceve numerosi riconoscimenti per la sua vasta produzione, primo tra tutti il prestigioso Premio Librex Montale nel 1993. Muore nella sua città, Milano, nel 2009. La Merini è in lotta costante con un corpo che sembra non appartenerle, che non è dolce e diafano come le sue poesie, e del quale sente solo le pulsioni più frustranti e animali.

Nella prosa poetica di Delirio Amoroso (1989, il Melangolo) tocca, secondo i miei occhi di avida lettrice, la massima espressione concreta di questa lotta folle e sofferta, attraverso i suoi deliri d’amore. Queste sono centoventuno pagine “scritte selvaggiamente” che, in maniera ironicamente lucida, trascinano il lettore nel rumoroso ed elegantissimo delirio epistolare in cui la scrittrice sembra perennemente navigare.

Il testo ruota attorno a due eventi fondamentali: il rientro a Milano dopo il sofferto internamento al Vergnani di Taranto; e la morte del suo secondo marito, Michele Pierri.

Nonostante l’evidente dolore del lutto, ho letto in queste pagine due spiriti contrastanti, che a tratti fanno apparire la scrittrice come una vedova innamorata, e a tratti come una ragazzina che tampona lo strazio lasciandosi in balia di nuove pulsioni carnali, anche solo immaginate. La Merini decide di non tracciare la linea dei suoi contorni, forse volutamente, forse per necessità. Esprime in eterni botta e risposta le sue faticose e fragili personalità, ormai esauste.

“Ho scritto il mio primo diario volontariamente. Questo, il secondo, l’ho scritto perché non potevo parlare con nessuno (so che non ho più amici). Così il foglio bianco è diventato il mio analista. L’uomo, per denaro, ucciderebbe il proprio simile. Caino non è morto, e Abele continua a soffrire. Se non mi aiutano impazzirò di certo. Anzi, sono già folle.”

Delirio Amoroso è il diario di una donna che scrive a se stessa e ritrova nelle sue pagine un silenzio siderale. Quando però si pensa di aver già descritto e in qualche modo carpito l’animo tormentato della Merini, bisogna subito ricredersi. È vero, il libro si chiude con una solitudine che non lascia ben sperare, ma è proprio all’interno di questo testo che si inserisce il canto della vita.

Un canto innato e celebrativo che l’autrice non soffoca mai.

“Forse sono diventata poetessa perché della poesia non mi importava un gran che; anche se ho divorato libri su libri, anche se il canto l’avevo dentro (ma era il canto della vita, e questo non l’hanno capito).”

Nonostante una vita di dolore e fragilità, scrive del canto della vita e vede le sue parole come “siepi verdi e alte dove si acquattano gli onesti cerbiatti”, dove si acquatta lei stessa per smascherare i suoi fantasmi.

Quest’altalena tra solitudine e canto è forse il lato più incredibile dell’autrice, che a parer mio deriva dalla sua coscienza di esser poetessa non per sua volontà. Consapevole del dono poetico che porta, accetta l’incapacità di poterlo comprendere a fondo, ma soprattutto accetta (con fatica e tremende psicosi) l’impossibilità di farsi capire da altri esseri umani di cui tanto agogna la presenza fisica.

La Merini è la chiaroveggente osservatrice dell’ambiguità, per dirla alla Kundera; ambiguità che in questo caso risiede in una vita che l’autrice ama ma dalla quale viene ferita, e nelle barbarie emotive della solitudine e al contempo nella sua necessità.

L’ambiguità risiede nel Delirio Amoroso, che Alda Merini, volente o nolente, sa sezionare lucidamente pur vivendolo con estremo tormento.

A cura di Chiara Sandri

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