Siamo nel 2019 e abbiamo tutti quanti sentito, scritto o nominato il termine “globalizzazione”. Ne abbiamo analizzato le cause, gli effetti sulla popolazione mondiale, sulle società indigene, nei confronti delle tradizioni folkloristiche e nei mutamenti degli assetti societari.

Conseguenze benefiche e altrettanto devastanti. 

La riduzione incontrollata delle distanze, a favore di un mercato comune, più pratico, immediato. Forse non giusto, ma a noi occidentali cosa importa: chips, fast food, blue jeans, t – shirt, outfit ecc.. tutto di guadagnato nella nostra cultura al passo coi tempi, influenzabile, importatrice di novità. 

Certamente la globalizzazione è un fenomeno talmente diversificato che riduttivo sarebbe solo considerarla a livello economico. Ma nell’immaginario, trascurando le differenziazioni in fondo sappiamo cos’è  e cosa comporta. Sin dai banchi delle scuole elementari è stata presentata nelle ore di geografia. E scommetto che in molti si ricordano del gioco degli accostamenti di parole e della fatidica domanda: quali di questi termini stranieri utilizziamo per riferirci a sostantivi altresì esistenti nella lingua italiana?

Tuttavia un aspetto decisivo è stato abbondantemente sottovalutato, dato che in logica si può ricavare qualsiasi deduzione mediante la giusta dose di pensiero introspettivo. 

La globalizzazione e il fondamentalismo religioso sono uniti da un rapporto d’influenza?Si ed è un binomio tuttora esistente.

Infatti per capire di cosa si tratta, occorre prendere in esame una parola: terrorismo. Anch’esso un fenomeno imprevedibile e difficilmente comprensibile a primo impatto, dato che richiede una particolare ricerca per essere inquadrato a trecentosessanta gradi. Ciononostante rappresenterebbe la chiave del nesso fondamentalismo – globalizzazione, poiché attiverebbe dei meccanismi che in psicologia socialevengono definiti di “attribuzione casuale”. Come teorizzato da Heidere da Kelleyrispettivamente nel 1958 e nel 1967, gli individui attribuiscono le cause di eventi quotidiani nella propria vita secondo un’ottica di desiderio personale. Quando tali desideri non coincidono con una stabilità di routine, l’individuo si sente minacciato. A posteriori StephanYbarra e Morrisonhanno precisato che nel contesto intergruppo gli individui possono subire due tipi di minacce: reali o simboliche.

Le minacce simboliche riguardano l’imposizione subita di dogmi e di valori estranei nella propria cultura di appartenenza. Le minacce reali d’altronde concernono un abuso di potere economico.

Parallelamente agli accadimenti odierni è evidente che si costituisce un riferimento marcato al terrorismo islamico. Perciò il fondamentalismo che genera terrorismo, non sarebbe altro che una risposta difensiva a un senso psicologico di timore, condiviso grazie a pregiudizi etnocentrici da una determinata comunità. Senza alcun dubbio non è un discorso giustificatorio, ma fa riflettere su quanto la globalizzazione rappresenti la miccia d’innesco per fenomeni complessi e stratificati. Che sia in fondo nostra responsabilità indiretta?

A cura di Alessandro Conti

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