Da sempre mi sono interessata alle problematiche di vari Paesi: Guatemala, Afghanistan, Pakistan, solo per citarne alcuni. Paesi così distanti geograficamente e così diversi culturalmente tra loro ma che hanno in comune molte caratteristiche. Ciò mi ha permesso di ampliare le mie vedute e comprendere meglio quanto può influire una cultura sulla vita di ognuno di noi. Per arrivare a questa conclusione è stato necessario leggere Xinran, scrittrice, speaker e giornalista anglo-cinese, molto nota per il suo libro “Le figlie perdute della Cina”.

Attraverso dieci storie di dieci donne cinesi affronta la condizione della donna in Cina, la quale cambia a seconda di dove nasci e vivi. In effetti, la qualità delle bambine e donne cinesi è migliore nelle città piuttosto che nelle campagne, dove la stessa autrice descrive con crudezza, ma anche con estrema lucidità, la triste sorte a cui possono andare incontro. Sono figlie di un Paese che le considerano alla stregua di una disgrazia, a causa dei problemi che comporta la loro nascita.

Problemi che, perlopiù, sono di due tipi: l’uno di tipo economico, dato che ogni donna deve possedere una dote per potersi sposare; l’altro di tipo demografico, dato che in Cina si possono avere un massimo di due figli (se si paga una sanzione per il secondo). Potete immaginare, dunque, che non tutti possono permettersi una figlia femmina, né tantomeno questo aiuta a migliorare l’immagine della donna agli occhi degli uomini e della società stessa, dato che è intesa come un costo, come un oggetto da possedere e non come una persona. Non vi è eguale trattamento tra uomo e donna, in una società, come quella cinese, dove nemmeno gli uomini hanno diritti e che in merito le decisioni spettano solo a un piccolo gruppo di uomini fidelizzati al Partito Comunista Cinese.

D’altra parte, però, non c’è da stupirsi: un secolo fa in Italia le donne avevano la stessa rilevanza delle donne cinesi e gli uomini da poco si apprestavano a poter votare e quindi decidere tramite il meccanismo democratico. Un meccanismo che tra l’altro sta mostrando tutti i suoi limiti in quest’epoca, suscitando un dibattito molto acceso, senza esclusioni di colpi: meglio il modello cinese, per cui una piccola maggioranza decide sulla moltitudine, senza diritti, o un modello democratico che si trasforma in tirannia della maggioranza, dove spesso l’anarchia e la voglia di prevalere sull’altro regna sovrana e incontrastata? Al tempo l’ardua sentenza.

A cura di Maria Chiara Rocchetti

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