hosseini_286a06eabd1ee302b533d295ac928dbcHo vissuto l’Afghanistan. Senza mai vederlo, senza mai visitarlo. Non ho mai visto né Kabul, né altre città di queste due zone. Ma vi assicuro che l’ho vissuto. Ho vissuto l’orrore degli ultimi quarant’anni, da quando l’URSS penetrò nel territorio asiatico. Ho vissuto con orrore la guerra tra l’URSS e i mujahiddin, finanziati dagli americani nello scontro tra potenze egemoni, finita nel 1989. Ho visto l’evolversi politico, ho visto quello Stato trasfigurarsi in una dittatura, l’ho sentito accusato di essere uno Stato canaglia, l’ho visto essere invaso da un altro Stato. Dall’Afghanistan ho rielaborato un noto detto: la colpa dei pochi ricade sempre sui tanti. Questo ha insegnato all’Afghanistan l’undici settembre, quando io avevo solo cinque anni. Ma non ho visto solo la storia dell’Afghanistan, ho vissuto anche spaccati di società molto differenti tra di loro. E ho visto anche il Pakistan, Paese capace di accogliere tutto questo dolore che causava la guerra. Tutto questo grazie agli occhi e alla penna di Khaled Hosseini e ai suoi toccanti romanzi. Il più noto a tutti, ovviamente, è “Il cacciatore di aquiloni”, dove le vite di Amir e di Hassan s’incrociano migliaia di volte in situazioni diverse, con sentimenti diversi. Ma vi sono altre opere dello scrittore che non demeritano affatto. Anzi, il mio preferito è “Mille splendidi soli”, forse perché sono donna e riesco ad immedesimarmi meglio nelle vite di Mariam e Laila. Quanta tenerezza per Mariam, così simile a noi nel sentimento dell’invidia che ci accomuna tra donne; quanta pena per Laila, scontenta della propria vita. Ancora quanta pena per Mariam, che compie un gesto estremo per salvare quella nemica divenuta, poi, amica; quanta tenerezza per Laila quando ritrova la sua libertà. E ancora nel libro “E l’eco rispose”, Hosseini racconta di mille storie nella storia, dalla quale, a volte, è difficile districarsi. Per completare il puzzle mi manca l’ultimo libro, uscito quest’anno e che si intitola “Preghiere dal mare”. Lo scrittore afgano si sa cimentare in storie diverse, forse storie che hanno vissuto persone a lui vicine e da cui ha tratto spunto. Uno scrittore fa così: raccoglie pezzi di vita e ci scrive su parole, pensieri, frasi, periodi, capitoli e alla fine libri. Non fa solo questo, perché ti fa entrare dentro il tumulto emotivo dei propri personaggi e nella sua cultura, senza pregiudizi, senza giudizi. Solo così sono riuscita ad avvicinarmi per la prima volta all’arabo, in particolare al pashtu. Solo così sono rimasta folgorata da quella lingua e da quella cultura tanto diversa da me, quanto affascinante. E proprio per questo ho deciso di studiarla: per capire meglio questa cultura che sento tanto vicina, quanto lontana.

A cura di Maria Chiara Rocchetti

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