Due giornalisti di Reuters sono stati condannati a sette anni per aver violato il segreto di Stato in Birmania mentre lavoravano su un reportage sul massacro dei musulmani Rohingya. I reporter Wa Lone, 32 anni, e Kyaw Soe Oo, 28 anni, sono stati accusati dai pubblici ministeri di possedere informazioni riservate sulle operazioni di sicurezza nello Stato di Rakhine, o meglio, citando testualmente i rapporti delle Nazioni Unite, una «pulizia etnica» ad PastedGraphic-3opera dell’esercito nazionale.

L’ennesimo caso di violenza e repressione giornalistica ai danni di un governo. Lo scorso 2 ottobre, veniva assassinato il giornalista Jamal Khashoggi, da sempre un severo critico dell’esecutivo saudita, per ordine proprio dello stesso principe ereditario, Mohammed bin Salman. Giustiziati perché in cerca di giustizia, fatti tacere per sempre perché “colpevoli” di volere far emergere quella “verità scomoda” celata da parte dei potenti agli occhi di tutti. Tacere, appunto, è il verbo che i governi dei Paesi di tutto il mondo vorrebbero imporre ai giornalisti e alla stampa.

Il fatto ancor più grave è che nessuno è escluso: la condizione di certi report in Stati “tra i più sviluppati” come Russia, Cina o Stati Uniti, spesso lascia a desiderare. Persone, il cui lavoro sarebbe trasmettere le notizie e fatti alla popolazione, obbligate a mentire, a farsi da parte, a “lasciar perdere” qualcosa che molto spesso è più grande di loro.

Al giorno d’oggi assistiamo sempre più ad una triste invPastedGraphic-4oluzione in senso autoritario della libera informazione: un giornalismo sempre più imbavagliato, costretto sempre più a dover trasmettere verità distorte e malcelate. Conseguenza, una terribile regressione professionalmente parlando del lavoro del cronista.

Il declino della libertà di stampa, un paradosso nell’era della connessione totale e del tutto-gratis, è una questione seria che dovrebbe destare numerosi interrogativi e attivare nel migliore dei casi un’autocritica puntigliosa, volta a preservare una libertà troppo spesso data per scontata e strettamente implicata al funzionamento efficace di un sistema democratico, egualitario e civile.

La libertà di stampa è il pilastro dell’espressione della volontà libera di un popolo o di una nazione. Incatenare l’informazione, manipolarla, rendere il suo esercizio guidato se non bloccato sono i primi segnali di un mondo sempre più somigliante a quello descritto da Orwell in 1984. Non si tratta più di distopia, né di catastrofismo politico, piuttosto di una constatazione del fatto che la costrizione politica stringe sempre di più la gola dell’informazione, arrivando in alcuni paesi a toglierle la voce, o peggio, alterarla sulla base di influenze del governo e degli interessi dei politici di turno.

a cura di Alessandro Reali 

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