Italo Calvino ci parla di distanza, di incomunicabilità, di linguaggio e di leggerezza. Non citeremo oggi i suoi scritti più conosciuti, I Nostri Antenati o le Cosmicomiche. Partiamo invece, da un Calvino più silente, da una raccolta postuma di racconti che è stata dimenticata dal 1993 al 2016: Prima che tu dica pronto.

Partiamo da questa raccolta che si lega ad ogni suo precedente scritto, compresa la sua punta di diamante, sempre postuma, nel quale vengono raccolte le sei conferenze che lo scrittore avrebbe dovuto tenere all’università di Harvard nell’ambito della “Poetry Lectitalo-calvino-02ure”: Lezioni Americane. Sono queste le due opere in cui ritrovo i connotati precisi del genio letterario di Italo Calvino.

Nel primo, egli non tratta mai d’amore in maniera convenzionale, ma con la sua capacità unica seziona le emozioni più recondite e dispettose dell’essere umano, per porle in atto attraverso brevi racconti. Tratta di sogno e di società, individua già profeticamente il cambiamento tecnologico e il ruolo dell’uomo in un mondo vorticoso.

Nel secondo, Calvino scrive di una serie di principi cardine che hanno raccontato l’individuo fino ad allora e che non si devono perdere nella letteratura del prossimo millennio: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e coerenza (quest’ultima solo progettata).

Questi aspetti si fondono in entrambe le opere, e nel “rimescolo” di amore, vita, letteratura, politica e società, pare ci descriva una variabile comune: la possibilità di comunicazione umana come pungente utopia. Il sentimento vergine che ci spinge a cercarci l’un l’altro è come un fiore che sboccia su un ramo di Cactus: lontano, bellissimo e pieno di spine. Per cercare di cogliere il fiore senza graffiarsi ci si deve dotare dell’unica arma possibile: il linguaggio.

Proprio per questa ragione, Calvino è un boxeur perennemente sul ring contro la sbiaditura della lingua sempre meno puntuale, precisa, leggera. Risiede qui una delle sue fondamentali postille: il promuovere una leggerezza che non è superficialità ma ricerca comunicativa.

Scrivendo, Calvino dimezza la pesantezza del sentimento e della morale che spesso ci schiaccia. È così che ci parla, con la sapienza di chi indaga a fondo la propria natura di uomo, la propria società e il proprio tempo, ma riesce ad accarezzarli, a spiegarli in semplici righi.leggerezza

In questa lotta per la leggerezza, Calvino risulta indissolubilmente legato allo scrittore Milan Kundera, il cui capolavoro viene commentato in un passo di Lezioni Americane, affermando che “L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere è in realtà un’amara constatazione dell’Ineluttabile Pesantezza del Vivere”: il denominatore comune tra i due scrittori è l’osservazione lucida delle intricate costrizioni della vita, che entrambi accettano, ma alle quali cercano di sfuggire con la vivacità della loro intelligenza.

“Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica. Le immagini di leggerezza che io cerco non devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro.”

A più di trent’anni di distanza dalla morte del grande Italo Calvino, in un momento in cui l’ansia frenetica è moda e la comunicazione virtuale è appiattimento della vita, basta riprendere in mano uno di questi libri, per scoprire che la distanza emotiva fa da sempre parte dell’uomo, che la comunicazione è un traguardo sudato, ma che uno spiraglio di luce ancora c’è. Con leggerezza, sapienza e intelligenza, si può ancora lottare contro le bruttezze del nostro animo e del mondo.

A cura di Chiara Sandri

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