Una pellicola così fluida e spontanea agli occhi dello spettatore, ma che in realtà ha una struttura così rigidamente artificiosa alla sua base, in cui ogni singolo movimento, ogni singola espressione o parola è inserita in un meccanismo rigoroso come quello di un orologio. Ambientato in un dove e in un quando intuibili, ma ridondanti, struttura della narrazione e riprese quasi “chapliniane”, costumi improbabili che hanno valso l’Oscar alla costumista italiana Canonero. Un mondo reale, ma sospeso nel tempo tra passato e ultrapassato, un film giallo, ma comico. Leggero, ma profondo.

 

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Ambientazioni, colori e dialoghi surreali, ma attualissimi come il tema del razzismo affrontato ed incarnato dal personaggio del giovane Zero Moustafa, il tutto intrecciato in un una fiaba andersoniana intessuta di intrighi, paradossi e ossimori. Esempio di come un film possa dire tanto senza annoiare e spingerti a riflessioni, dopo averlo visto. Regia, sceneggiatura, costumi, scenografie e interpretazioni davvero straordinarie.

 A cura di Maia Sacchetto

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