Perché l’Italia è bella, ma Napoli lo è di più.

“Stazione di Napoli Centrale, qualche giorno fa, in attesa di un treno per Roma.”

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Tanti dei miei aneddoti iniziano così, visto che in questi anni di treni per Roma ne ho presi parecchi e dopotutto una stazione ferroviaria, già di suo un posto spiccatamente emozionale, in una città come Napoli spesso regala scene di vita che vale la pena raccontare. Dagli innamorati di qualsiasi età che si abbracciano e baciano commossi, spesso perché uno dei due ha dovuto emigrare al nord, alle canzoni della tradizione suonate al pianoforte pubblico (Ferrovie dello Stato rimetti i pianoforti in stazione, per Dio!) e cantate da tutti in coro, fino al divertimento provocato dai turisti che appena scesi da un Freccia annaspano nel caos napoletano. Ma non sempre l’attesa è così divertente (Ferrovie dello Stato se non rimetti i pianoforti in stazione so’ mazzate) e il tempo si ammazza col solito caffè.

C’è un problema: la stazione di Napoli è, ahimè, l’unico posto a Napoli in cui il caffè faccia pena. Questo per colpa di voialtri Italiani che avete voluto piazzare il bar dell’Autogrill, con le vostre macchine del caffè a pulsantiera anziché con la pressatura manuale a leva e col vostro caffè triestino (MAH), lì, a due passi dai binari da dove parte l’alta velocità. Per poter bere 310x0_1404149836918_medium_110205_170612_to280907sto_0005un caffè decente, quindi, sia per prezzo che per gusto, vi sono due alternative: la più mainstream è quella di uscire dalla stazione ed avventurarsi nel delirio di Piazza Garibaldi, oppure andare in quel bar dall’altro capo della stazione, dove ci sono i binari meno frequentati da dove partono i regionali sfigati, quel bar che devi conoscere, o altrimenti neanche noteresti. Per caso ho messo piede per la prima volta nel Bar del Ferroviere: bastava entrarvi per tornare indietro di trent’anni. Non credo che potesse esistere un
luogo migliore per poter descrivere gli anni ’70-’80 in Italia a chi come me non li ha vissuti. Sulla parete ingiallita, incorniciate, cinque prime pagine del Corriere dello Sport ridotte allo stesso colore della fu bianca vernice. Rispettivamente raccontavano: l’arrivo di Maradona a Napoli, la vittoria dell’Argentina ai mondiali di Messico ’86, il primo scudetto, la coppa UEFA, l’addio di Diego alla maglia azzurra nel marzo 1991.

L’altro giorno, mesi dopo l’ultima dalla mia ultima volta a Napoli Centrale (maledetto Erasmus), interrompo la mia assenza da quello che era e resta uno dei miei posti preferiti in assoluto. Nell’attesa del solito treno che mi avrebbe finalmente riportato a Roma dalla mia solita vita e dai miei soliti amici, trovo il tempo per pranzare al volo, dirigendomi al solito bar.  Solo che il bar non c’era più. O meglio, non c’era più il Bar del Ferroviere ma il Caffè del Golfo, non c’era più l’arredamento da caffè anni ’80 che prima di mettere piede lì dentro per la prima volta avevo visto solo in qualche film, ma l’arredamento kitsch tipico di questo decennio.

È incredibile come la gente continui a rovinare tutte le cose belle.

Triste, ordino il mio pezzo salsiccia e friarielli, e cerco, senza porvi troppa speranza a dire il vero, almeno le prime pagine ingiallite, che tanto a me sapevano di reliquia, sulla parete ridipinta di un triste color antracite di design. Non ci sono. Quasi mi passa la fame. “Sacrilegio! Come si può anche solo pensare di rinunciare a Maradona qui a Napoli! Pazzi blasfemi che non siete altro!” Dicevo tra me e me mentre sorridevo falsamente alla barista che stava servendomi. Decisi di andar via, sconsolato, avrei preferito mangiare in treno più tardi piuttosto che restare in quel posto. Alzo velocemente lo sguardo per uscire quando… “Eccole!” Le cinque prime pagine sono ancora lì, le hanno solo spostate dall’altra parte. Vecchie, gialle e meravigliosamente in contrasto con il nuovo arredamento. Non solo mi è tornata la fame, ma sono abbastanza sereno da concedermi il bis e dirigermi ghignando al binario 24, all’altro capo della stazione.0065_DOVE-Napoli-

Pure si Napule cagna, cagna sempe ‘a ‘na manera dda soja. E menomale.

A cura di Giuseppe Franzese