Non ha vinto nessuno. Il mancato raggiungimento del quorum non è una vittoria per nessuno. Non lo è per il partito del “sì” per ovvie ragioni, così come non lo è per il partito del “no”. C’è una differenza tra votare quest’ultimo ed astenersi: nel primo caso vi è espressione d’interesse che un’azienda pubblica funzioni bene, nel secondo vi si trova solo menefreghismo. Non ha vinto nessuno, dunque. I romani hanno (non) deciso una cosa molto semplice, ossia di far decretare al Comune le sorti del trasporto pubblico cittadino.

referendum-atac-di-romaLa mia riflessione, quindi, non verte tanto sul referendum in sé, quanto sul gretto astensionismo verificatosi. Una cosa è certa: si è agito in maniera becera mistificando il quesito ed aggiungendo implicazioni surreali all’esito di qualsivoglia risultato.I referendum hanno il pregio di essere chiari, la scelta sì/no è netta. Difatti qui si parlava di gare sì/gare no per l’assegnazione del servizio di trasporto pubblico. Punto. Far restare ATAC pubblica o non pubblica non c’entrava niente, così come non c’entravano niente le presunte privatizzazioni. Si parlava di differenziare proprietà e regolatore, ossia separare chi ha le azioni della società da chi ne dovrebbe regolare il servizio.Se da una parte la peggiore politica ha negato visibilità e dibattito alla consultazione (oltre agli ingenti fondi stanziati dalla Regione puntualmente non utilizzati), dall’altra ha disinformato ad arte.

Ma è sufficiente ciò per giustificare l’astensionismo capitolino? Assolutamente no. D’altra parte le modalità del voto non erano così complicate da scoraggiarne l’esercizio. Nonostante le continue lamentele sulla tutela del diritto di voto (quante volte si è sentita la petulante retorica del “ah, l’ennesimo Presidente del Consiglio non eletto”?), la forma essenziale di partecipazione politica della democrazia liberale è sempre meno praticata, frutto di un processo di spoliticizzazione misto, come sopradetto, a diffusa noncuranza nei confronti dei propri diritti e doveri. Si è verificato un astensionismo apatico, tipico di coloro che non si interessano alla politica e che pertanto votano solo se strettamente necessario.

Ma come può non esser necessario esprimere la propria opinione in un referendum riguardante il trasporto pubblico? Bisogna ricordare che l’astensione, concesso che riveli un’opinione, esprime sì distacco dalla vita politica, ma non necessariamente da quella pubblica. Politico e pubblico si somigliano, ma non sono la stessa cosa. Qui il non-voto rispecchia una non-azione. L’astensionismo, per definizione, non può essere né attivo, né tantomeno consapevole. In democrazia è importante che le istituzioni siano legittimate dal consenso popolare, così come è importante che la politica non si senta auto-legittimata attraverso la diserzione popolare dalle urne. Allargando il discorso, qui c’è un Paese con sempre meno democrazia e sempre meno legittimazione popolare, con un vertice che si rinchiude in una torre eburnea ed un popolo che difetta nel partecipare.Autobus-Atac

Messa su questo piano, mi sento di dire che la dicotomia sì/no di questo referendum è meno rilevante. La non-partecipazione non può e non deve diventare un modo di manifestare il proprio pensiero, a nessun livello. Il voto è protetto dalla nostra Costituzione, è un diritto inviolabile e al tempo stesso un dovere civico. A cosa serve la sua strenua difesa (sulla quale mi riservo dei dubbi) se non concretizzata nel suo esercizio? Non lasciamo che una delle maggiori e sanguinose conquiste delle democrazie libere e moderne, nonché l’elemento più naturale per difendere i nostri interessi, rimanga incustodito.

A cura di Simone Pennica

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