3 novembre 1918, Villa Giusti, Padova. In seguito a due giorni di negoziazione, venne firmato l’armistizio tra l’Impero Austro-Ungarico e il Regno d’Italia. Il generale Badoglio sedeva al tavolo delle trattative con il generale austroungarico Weber von Webenau, mentre l’incarico di interprete venne affidato al capitano Trenner, nonché cognato di Cesare Battisti l’irredentista. Era la fine della nostra Grande Guerra, la fine di una tragedia che serbava però i semi di un’altra. All’Italia furono riconosciuti i territori del Trentino, del Tirolo meridionale, di Trieste e dell’Istria. Le nostre truppe entrarono dunque a Trento ed issarono il Tricolore sulla torre del Castello del Buon Consiglio, luogo in cui pochi anni prima venne giustiziato Cesare Battisti le cui ultime parole furono “Viva Trento italiana. Viva l’Italia”.

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Nello stesso giorno fu la volta anche di Trieste. Tornavano così, con vigore, le istanze risorgimentali, forti -questa volta- di un’accresciuta consapevolezza da parte dello stato civile. La guerra infatti, incubatrice di trasformazioni, aveva avviato in maniera irreversibile il processo di nazionalizzazione delle masse. Ma se da un lato si ricorda la liberazione di Trento e Trieste, dall’altra la storiografia dei vinti ci lascia la testimonianza di un’occupazione. La ferita della provincia di Bolzano (annessa formalmente con il trattato di pace di Saint Germain del 1919) continua, a distanza di appena un secolo a sanguinare. Ma che direzione prendere in modo da creare una memoria comune? Tale questione non preoccupò né Giolitti né Salandra che alla fine della Grande Guerra, a giochi ormai finiti, discutevano ancora sull’intervento o meno nel conflitto. Perché? Perché il predominio di un punto di vista sull’altro corrispondeva in fin dei conti all’affermazione all’interno dello stato -in vista delle elezioni- di una, piuttosto che dell’altra, visione del liberalismo. E così la diatriba personalistica si alimentava ai danni di un tentativo dello stato di coagularsi intorno ad una memoria comune. Oggi, 100 anni dopo, il tentativo c’è. Oggi, 3 novembre 2018, Villa Giusti, Padova. È stato alle 12:30 sottoscritto un documento che dichiara il “Veneto terra di pace” in seguito all’approvazione della legge regionale 25 ottobre 2018, n° 35. Che possa questo creare un circolo virtuoso da cui il valore della cooperazione esca vincitore sui rancori.

A cura di Ludovica Roncolini

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