Nella serata di giovedì 18 ottobre si è aperto il Festival della Diplomazia con la ‘’performance’’ (da lui così definita) di Federico Rampini. Il giornalista ci ha introdotto alle eterne linee rosse che s’intrecciano nella geopolitica del nostro globo e si plasmano nei secoli. Giovedì sera Federico Rampini ci ha dato la sua versione di dinamiche millenarie che sottendono le grandi conoscenze storiche e geografiche del giornalista, presentando il suo neonato libro “Linee Rosse – Mappe per capire il mondo”. Dal piccolo palco del teatro Palladium dell’Università di Roma Tfederico rampini in scena con le linee rossere, illuminato da intense luci rosse, lo scrittore e le sue inseparabili bretelle hanno rapito la platea con un’analisi di chi ha sempre vissuto il mondo in maniera aperta e circolare, osservandone le linee rosse ma utilizzandole come elastici per lanciarsi da un estremo all’altro del globo. A prescindere dalle idee politiche, ciò che ha catturato la mia attenzione è stata l’accuratezza storica e la capacità di analisi, conforme a molti corsi universitari di storia delle Relazioni Internazionali che hanno fatto parte del mio percorso di studi. La lente di ingrandimento della conferenza si è posta non solo sul mero trascorso di una nazione, ma anche sul come e sul perché alcune dinamiche si siano instaurate e quali potrebbero essere le evoluzioni future.

Questa conferenzFederico_Rampini_-_Festival_Economia_2015a mi ha lasciato con un profondo senso di ammirazione. Quanto vale la capacità mnemonica e intellettiva di chi riesce a far tesoro delle informazioni apprese nel tempo? Quanto vale, poi, saper concentrare in parole limpide tutto ciò che si conosce? Moltissimo. Il valore dell’oculata scelta di parole presentate su quel palco è immenso. I concetti, condivisibili o meno, passano in secondo piano. Ciò che incanta è la fine dote oratoria, l’importante conoscenza storica ed il clima rilassato che si riesce a creare pur parlando di incerti futuri. Ciò che più mi ha colpito della conferenza è stata l’impressione di una memoria ampia come un bacino d’acqua cheta dove tutte le informazioni ristagnano e ribollono dolcemente. Tutto il vissuto del dottor Rampini si riflette nelle sue presentazioni. Parla dei cinque anni lavorativi in una Pechino legata a un giornalismo statale e unilaterale, dei dieci anni di vita a New York, dove liberali e repubblicani dividono gli States in settori a compartimenti stagni: non c’è scambio né convivenza tra gli esponenti delle due fazioni e il sogno del liberalismo americano odora oggi di naftalina. Parla di un Estremo Oriente che ha vissuto di passaggio e della rapidità con cui esso si plasma. Parla di confini, di muraglie, del Sacro Romano Impero e della nostra affaticata Europa. Parla degli uomini più potenti del nostro tempo e della trappola di Tucidide nella quale rischiamo di cadere. In questa visione accademica e giornalistica del mondo tanto viene ripreso dai cassetti del gigantesco armadio di una vita da espatriato. La conferenza si apre e si chiude in maniera pulita, con pochi fronzoli e brevi saluti, sperando che il rapido congedo ci aiuti a tenere a mente il filo d’Arianna di questo gomitolo di linee rosse. Il festival della diplomazia si è aperto con chi di diplomazia vive e lavora. Con chi, in un certo senso, l’ha sposata parecchi anni fa e che oggi conosce come una vecchia coinquilina.

A cura di Chiara Sandri

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