“Fare sport è una fatica senza fatica”scriveva Gabriele d’Annunzio e oggi, nel 2018, non me la sento proprio di dargli torto. Praticare uno sport è un po’ come coltivare una passione che ci conduce presso vie inesplorate dentro di noi e, così facendo, impariamo a conoscerci meglio ad ogni allenamento, ad ogni partita. Mi riferisco ad ogni tipo di attività sportiva, ma in particolare alla pallavolo, lo sport per eccellenza caratteristico del gioco di squadra, dopo il calcio.

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Per me essa rispecchia nel piccolo la vita di ognuno di noi, le difficoltà che uno studente deve affrontare per superare un esame, la caparbietà di chi non ha i mezzi ma vuole raggiungere lo scopo prefissatosi, la costanza di seminare per poi raccogliere. E ogni giocatore, così facendo, riesce a riscoprire continuamente sé stesso ed affinare le proprie capacità. Azzarderei a parlare della pallavolo come una sorta di “gymnasium” che ci induce continuamente al superamento di tanti piccoli ostacoli: non credete, infatti, che la ricezione di una palla sia una sfida contro l’innata distrazione dell’essere umano?

La pallavolo richiede autocontrollo, essenziale in campo così come nella vita, specie per noi studenti. Basta davvero poco per perdere la concentrazione: un errore di troppo, pressioni esterne difficili da controllare, incomprensioni con le compagne di squadra. Eppure, è essenziale tenerla a bada e non gettarsi tra le braccia dello scoraggiamento: se non ti fidi di te stesso, nessuno lo farà per te. Ed ecco perché questo sport può essere visto come la riproduzione della nostra vita: in fondo lo schema di una partita va preparato con estrema precisione, va organizzato nei minimi dettagli ed è essenziale la collaborazione, perché ognuno ha il proprio ruolo, le proprie capacità, le proprie idee, ma da soli si è inutili. Un po’ come nella società: un giornalista non deve rivolgersi a un commercialista per la compilazione della dichiarazione dei redditi? Un commercialista non ha bisogno di un avvocato se si trova coinvolto in qualche causa? Ognuno è indispensabile per l’altro.

Ieri abbiamo assistito alla fine di un sogno: la finale dell’Italia contro la Serbia. Dimostrazione lampante di chi ce l’ha messa tutta per arrivare in alto, e ci è mancato davvero un soffio per raggiungere quel titolo di “campione” tanto agognato. Le nostre ragazze hanno lottato con grinta fino alla fine, giocando ogni punto come se fosse l’ultimo. Vivere senza arrendersi mai, non può che essere questo l’insegnamento che una partita così ci lascia.

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Un campo, sei giocatori ed un pallone: la società riprodotta nel modo più semplice ma allo stesso tempo più veritiero possibile.

A cura di Leyla Gargiulo

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