Danneggiamenti alle falde acquifere di un vasto distretto in India meridionale.

Cocacola

“Quando bevi una Coca-Cola, bevi anche il sangue delle sue vittime” dichiarò Mylamma, colei che diede inizio al movimento di protesta di Plachimada.

Il 17 Febbraio del 2004 le donne di un minuscolo villaggio del Kerala, nel distretto di Palaghat, situato nell’entroterra dell’India meridionale riuscirono a far chiudere uno stabilimento della Coca-Cola con atti di protesta pacifica, ispirandosi a quelli che sono i capisaldi della disobbedienza civile praticata da Gandhi e appellandosi alla dottrina del Public Trust, fondata sulla Common Law britannica.

Nel Marzo del 2000 lo stabilimento della Coca-Cola di Plachimada fu incaricato di produrre 1.224.000 bottiglie di bevande al giorno. Il panchayat (consiglio del villaggio) locale rilasciò un permesso con riserva per autorizzare l’installazione di un impianto a motore dotato di pompe, avente lo scopo di compiere estrazioni dalla falda acquifera sotterranea.

Coca-Cola non rispettò le norme di tutela riguardanti l’acqua e iniziò a prelevare illegalmente milioni di litri di acqua potabile (secondo le stime locali, 1.5 milioni di litri al giorno).

Lo sfruttamento delle sottostanti falde provocò rapidamente un abbassamento del livello critico nella falda principale, passando da quarantacinque a oltre centocinquanta metri di profondità.

Immediata fu la reazione delle comunità indigene di agricoltori che lamentarono danni alla coltivazione dei campi, aggiungendosi alla conseguente diminuzione del fabbisogno idrico per la popolazione.

L’inquinamento si manifestò quando i rifiuti di scarto durante la stagione delle piogge si dispersero coinvolgendo risaie, canali d’irrigazione e pozzi, creando cosi un grave pericolo per la salute pubblica.

Nel 2003 le autorità mediche del Kerala dichiararono la totale contaminazione delle acque a scapito delle famiglie che abitavano il villaggio di Plachimada; si giunse al disastro.

Le donne della tribù rifiutarono marcatamente l’atto di “idropirateria” propinato dalla multinazionale. Costrette per anni a percorrere chilometri alla ricerca di nuova acqua potabile, nel 2002 iniziarono il presidio dell’area limitrofa allo stabilimento. Il 21 Settembre del 2003 si presentò l’ultimatum dettato dal movimento di protesta e parallelamente il panchayat indisse una causa contro l’azienda, rivolgendosi ai diritti costituzionali dopo aver presentato un’istanza di interesse pubblico presso l’Alta corte del Kerala.

Cocacola 2

La Coca-Cola, accortasi della situazione in preoccupante discesa, cercò in tutti i modi possibili di corrompere Krishnan, presidente del panchayat, mediante il versamento di una somma pari a trecento milioni di rupie. Il tentativo risultò pressoché inutile.

Il giudice Balakrishnana Nair sentenziò il completo appoggio ai manifestanti nella loro causa. Il Public Trust era stato ed è tuttora riconosciuto nel sistema giuridico indiano (non troppo dissimile rispetto al sistema giuridico inglese). Le risorse essenziali e primarie per l’intera comunità furono tutelate secondo il principio per il quale i beni pubblici non potevano essere limitati in proprietà privata. Lo Stato odierno ha l’onere di garantire la tutela di quest’ultimi con la prevenzione di qualsiasi attentato criminoso che rischia di alterare, fra l’altro, l’intero ecosistema di uno spazio geografico ben definito.

Il 17 Febbraio 2004 il governo del Kerala si vide costretto a disporre la chiusura dello stabilimento della Coca-Cola. Le donne di Plachimada vinsero insieme a tutta la popolazione della tribù che patì la tremenda siccità, vinsero perché seppero intessere una fitta rete di comunicazione caratterizzata da solidarietà e strategie differenziate; vinsero trascinando all’insorgenza milioni di persone contro altri 87 stabilimenti di proprietà Pepsi e Coca-Cola che prosciugavano costantemente il patrimonio idrico del Paese.

A cura di Alessandro Conti

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