Quarant’anni fa, il 16 marzo 1978, la storia d’Italia cambiò per sempre, in maniera irreversibile. Quel giorno, infatti, all’incrocio tra Via Fani e Via Stresa, un commando di terroristi delle Brigate Rosse dava avvio al “sequestro Moro”, rapendo il Presidente della Democrazia Cristiana e freddando i cinque uomini della sua scorta, in quello che sarà ricordato come il più tragico evento della nostra storia repubblicana. Lo stesso giorno di quaranta anni dopo il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha onorato la memoria di quegli uomini inaugurando il nuovo monumento a loro dedicato proprio in Via Fani, mentre il Sindaco Virginia Raggi presenziava all’inaugurazione di un parco giochi in loro onore, pochi metri più in là, in Largo Cervinia.

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Chiunque ricorda quel tragico evento, che proruppe con arroganza alle 9:05 di una mattinata come tante: chi era a scuola nel mezzo di una lezione, chi all’università, chi a lavoro; ogni attività fu interrotta. Tutti gli italiani quel giorno rimasero incollati davanti alla televisione, in un misto di incredulità, rabbia e angoscia. Angoscia che durerà per ben 55 giorni, fino al 9 maggio, quando il corpo dello statista sarà ritrovato, accasciato nel bagagliaio della tristemente nota Renault 4 rossa, in Via Caetani, a metà strada tra la sede della DC e quella del Partito Comunista. Il messaggio era chiaro: riconsegnare ad essi, i pilastri del partitismo italiano del tempo, il corpo dell’uomo che non erano stati in grado di salvare, incapaci di qualunque iniziativa, prigionieri della “linea della fermezza”. E in effetti è così che può essere sintetizzata la reazione del mondo politico italiano in quei lunghi giorni che sconvolsero l’Italia: immobilismo, mentre il Paese intero scendeva in piazza chiedendo che si facesse qualcosa. Unica eccezione furono il Partito Socialista di Craxi, che riuscì a mettersi in contatto con i brigatisti grazie alla mediazione di alcuni esponenti di Potere Operaio, e il Presidente della Repubblica di allora, Giovanni Leone, il quale aveva “l’anima pronta e la penna a disposizione” per firmare la grazia a qualche brigatista, pur di riconsegnare Moro ai suoi familiari. Ma nessuna trattativa poteva essere intavolata senza che la DC aprisse ufficialmente qualche spiraglio. Fanfani, che avrebbe dovuto parlare il 9 maggio stesso cambiando la linea del partito, alla fine si tirò indietro. Cossiga, amico fraterno di Moro, non mosse un dito, nonostante fosse Ministro degli Interni. Zaccagnini, segretario della DC, tacque. Andreotti, Presidente del Consiglio, ribadì fino alla fine l’impossibilità di ogni trattativa.

Quanto ai comunisti, Berlinguer temeva forse che un’apertura ai brigatisti potesse essere vista come un tentativo di legittimare i loro metodi terroristici, da parte del segretario di un partito che portava ancora la parola “comunista” nel proprio nome. Nemmeno Paolo VI fu in grado di smuovere qualcosa, quando fece appello ai sequestratori chiedendo di liberare Moro “senza condizioni”: come se un gruppo terroristico in cerca di riconoscimento politico potesse cedere così, senza nulla in cambio.

E così, nessuno fece nulla, nonostante le innumerevoli lettere che lo stesso Moro spedì a Zaccagnini, a Cossiga, al Papa stesso chiedendo di prendere iniziativa, di mobilitarsi. Ma quelle più belle e intense dal punto di vista umano furono quelle destinate alla moglie, Eleonora: “la mia Noretta”, come amava definirla. E fu proprio in una di queste missive che il leader della DC scrisse, in riferimento ai propri compagni di partito: il mio sangue ricadrà su di loro. Così avvenne.

Del resto, non dimentichiamoci del ruolo di Aldo Moro nel delicato passaggio politico dell’Italia di quegli anni: proprio quel 16 marzo, il leader democristiano si stava recando a Montecitorio per votare la fiducia al Governo Andreotti IV, il primo nella storia della Repubblica che avrebbe goduto anche dell’appoggio esterno del PCI. Era la coronazione di quello che è noto come Compromesso Storico, il percorso di avvicinamento tra democristiani e comunisti avviato da Aldo Moro nel 1973, che mirava a legittimare una forza ampia come il PCI, fino ad allora isolato, accogliendolo nel governo e realizzando una pacificazione tra le forze politiche e sociali, in un momento storico in cui la DC e il suo sistema di potere erano in fase di logoramento e debolezza. Moro aveva colto la portata di questa crisi, e la sua più grande lezione è forse proprio nella sua lungimiranza politica e nella sua disponibilità all’ascolto e alla mediazione. Mediazione che nella politica odierna pare del tutto dimenticata. Ma il 1978 costituisce anche una delle fasi più acute della Guerra Fredda e, in tale clima, un politico che mirava a pacificare lo scontro tra i due blocchi e dava piena legittimazione ai comunisti risultava scomodo a molti, specie in un Paese di confine come l’Italia, dove ampi settori della DC e dei servizi segreti erano membri dell’organizzazione NATO “Gladio”, marcatamente anticomunista.

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E infatti, dopo 40 anni, di questa pagina nera non rimane che un mucchio di verità occulte e di punti oscuri. Non basterebbero litri di inchiostro per elencare gli innumerevoli dubbi e stranezze che orbitano attorno al caso Moro. Che fine hanno fatto le foto scattate dai residenti che affacciavano in Via Fani, consegnate alla Procura e svanite nel nulla? Perché le forze dell’ordine non irruppero nell’appartamento dove alloggiava Mario Moretti, leader delle BR, nonostante le segnalazioni? Come poté la famosa Renault rossa attraversare indisturbata tutta Roma la notte del 9 maggio, nonostante in quei giorni nella Capitale vi fosse un posto di blocco ogni 10 metri? Come mai molti dirigenti incaricati di gestire il caso Moro erano iscritti alla famigerata Loggia P2 di Licio Gelli? Cosa sapeva Moro di così sconvolgente per la tenuta del sistema partitocratico italiano e, chissà, dello stesso equilibrio mondiale tra USA e URSS, tale da volerlo far tacere per sempre? Questi, come molti altri, sono purtroppo interrogativi che, credo, resteranno per sempre senza risposta, come tanti altri che hanno affollato la storia della nostra fragile Repubblica, da Piazza Fontana a Ustica, dall’omicidio Ambrosoli alla Trattativa Stato-Mafia, in quella che Zavoli definì “la Notte della Repubblica”. Una notte dove la luce della verità, senza la quale non c’è giustizia, fatica a farsi strada.
Eppure, come scrisse Aldo Moro nell’ultima, intensa lettera indirizzata alla sua “dolcissima Noretta”, parlando di quello che lo avrebbe atteso dopo la morte, in bilico tra la speranza data dalla sua profonda fede cristiana e il dubbio che è proprio della condizione di ogni uomo, se ci fosse la luce, sarebbe bellissimo”.

 A cura di Francesco Giosi

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