Sono passati cinquant’anni da quel 1968 emblematico: a differenza di altri anni particolarmente importanti gli eventi non si limitavano a un dato territorio e argomento, ma avevano una portata globalizzante.
Se infatti le rivolte del 1848 si erano estese nella sola Europa, con l’obiettivo di abbattere definitivamente la Restaurazione e creare dei governi liberali, le proteste che insorgono nel 1968 spaziano non solo nei territori, ma anche negli argomenti.

Le prime proteste nacquero in America e avevano a oggetto non solo la parità dei diritti tra afroamericani e i bianchi, ma anche la guerra in Vietnam. Proprio dalla protesta contro quest’ultima nacquero gli hippie, un gruppo pacifista ma rivoluzionario per il proprio stile di vita non convenzionale: volevano vivere in modo diverso e contrario rispetto agli standard “borghesi”.

Vietnam War Protests. Andy Blunden, 20, a civil engineering student, burns his national service registration card at an anti-conscription rally outside the residence of Prime Minister Harold Holts, 21 March 1966. THE AGE Picture by STAFF

Tali proteste assunsero delle connotazioni violente in Europa, dove ogni Stato viveva situazioni differenti e le ribellioni assumevano sfaccettature diverse: in Francia si consumavano rivolte studentesche contro la riforma scolastica; in Cecoslovacchia gli insorti chiedevano maggiore libertà di espressione, per essere poi, infine, repressi nel sangue. Questo vento di proteste si propagò fino in Giappone e Cina: proprio qui portarono al consolidamento del potere di Mao Zedong.

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In Italia il movimento sessantottino coinvolse particolarmente operai e studenti. Questi ultimi cominciarono a occupare le scuole e le università, battendosi per un’istruzione inclusiva, che desse la possibilità a tutti gli studenti di poter esercitare il diritto allo studio, senza discriminazioni sociali o economiche di sorta. A taluni si aggiunsero anche gli operai, che cominciarono a scioperare, dato le persistenti differenze salariali tra i lavoratori dei diversi settori.

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Cos’è rimasto, allora, degli ideali sessantottini in Italia? A mio avviso, decisamente poco. Sicuramente rimane la voglia di protestare, anche se il contesto si è decisamente evoluto rispetto a prima: forse, oltre il concesso, tutto è diventato pretesto per chiedere nuovi diritti e nuove tutele. Mentre prima se ne chiedevano per un effettivo bisogno, adesso vi è un abuso: ognuno ne vuole ottenere di nuovi e sfruttarli a proprio vantaggio. Un esempio eclatante sono proprio le occupazioni studentesche, che sono diventate non più strumento di lotta e protesta politica, ma momento di ricreazione, strumento per glissare sui propri doveri di studente, contrariamente allo scopo originale. Stessa sorte sembra toccare alle correnti affini e complementari del movimento sessantottino: un esempio ne è la corrente femminista, la quale da una parte ha aiutato le donne ad affermarsi nella società, ma d’altra ha permesso ad alcune di approfittare della disparità di genere a suon di hashtag #Metoo. Infine, sono decaduti gli ideali politici sessantottini: non esiste più il pacifismo, solo xenofobia. La sinistra stessa, come l’avevamo conosciuta allora, cambia completamente la propria narrativa, perché la società ha mutato le sue esigenze. In quel contesto storico ci trovavamo in bilico tra comunismo e capitalismo, tra due visioni alternative e inconciliabili. Attualmente vi è disaffezione alla politica, la gente non si appassiona più e questo spinge a votare partiti nuovi che fanno dell’antipolitica un vanto, che fanno dell’incompetenza una medaglia da mostrare. Se ne uscirà? Speriamo.

 

A cura di Maria Chiara Rocchetti

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