maxresdefaultQuando si dice “scherzo del destino”: a poche ore dall’incontro avvenuto il 16 novembre alla LUISS con Carlo Bonini, co-autore del libro “Suburra”, Totò Riina è morto.
Roberto Saviano, nel suo articolo pubblicato il 20 novembre su “La Repubblica”, scriveva le seguenti frasi:- Pensando al dibattito di oggi sull’esistenza o meno di una mafia a Ostia […] è utile ricordare che prima di Riina il quesito era se esistesse una mafia in Italia o se si trattasse solo di bande e gruppi locali. Con Bonini si parla proprio di Ostia.

Nel suo soliloquio, il giornalista spiega che “Suburra” nasce come inchiesta giornalistica mischiata a invenzione: essa non solo era un escamotage in forma narrativa, ma anche nel racconto criminale, perché permetteva di scoprire i mondi mafiosi. Secondo Bonini, Ostia è un possibile approdo di questo modello, poiché strategicamente vicina ai centri di potere delle istituzioni, e si rileva un “laboratorio nel laboratorio” perché il rapporto tra istituzione, pubblica amministrazione e criminalità s’inverte. Paradossalmente, quest’ultima è più vicina alla gente rispetto alle istituzioni: dove c’è la falla del sistema, lì approda la criminalità, fornendo servizi come il baby-sitting comunitario e l’assistenza agli anziani. In tal senso, le elezioni di Ostia possono essere lette come dei favori, con l’aggravante che in Italia il conflitto di interesse non sembra affatto perseguito.

Le rivelazioni portate avanti da Bonini, forse, sono state considerate troppo audaci da più parti in Italia, la quale arriva spesso in ritardo non solo in termini di riforme, ma anche in termini di giustizia. In questo contesto si può “capire” la revoca del 41bis a Massimo Carminati e si può “minimizzare” l’agghiacciante aggressione di Roberto Spada ai danni di Daniele Piervincenzi. I fatti di Ostia sono efferati per l’uso della coercizione, strumento che adoperava lo stesso Riina, ma non da tutta la mafia, come suggerito da Saviano nel suo già citato articolo. Esso fa scaturire l’omertà che ci circonda.
Alla domanda: “Perché non si riesce a sconfiggere la mafia?” Bonini mi ha aperto gli occhi: infatti spiega che essa ha leva sul potere economico, in quanto dà lavoro a famiglie (anche non mafiose) grazie alle sue attività. In questo contesto introduce il “costo della legalità”: quanto costa far rispettare la legge?

E io mi domando: in quanti siamo davvero disposti a rinunciare alla mafia? Non so cosa rispondere. Certo è che non sarà facile trovare il coraggio per uscire da questo pantano omertoso.

A cura di Maria Chiara Rocchetti

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