La triste deriva commerciale di un “fu” gruppo fantastico

Faccio una premessa: era da tempo che volevo scrivere questo articolo, dettatomi più dalla rabbia e dalla delusione che provo ogni volta che esce un nuovo singolo dei Coldplay da qualche anno a questa parte, che non da un vero e proprio bisogno di scriverlo. E vi prego di leggerlo come uno sfogo di uno che di musica ne capisce poco o nulla, ma a cui la musica piace, e non leggerlo come una critica a chi i Coldplay li ascolta ancora oggi.
Anche se “De gustibus non disputandum”, ma i miei so’ mejo.

Tutti i più grandi gruppi musicali della storia hanno sempre improntato le loro canzoni in maniera assolutamente unica, rendendosi riconoscibili alla prima strofa. Se conosci Bohemian Rhapsody (la canzone più bella di sempre a parer di chi vi scrive), dei mitici Queen, quando ascolterai Innuendo, canzone inserita nell’omonimo disco, ma di ben sedici anni più giovane, non avrete dubbi su chi e cosa state ascoltando.
E se questo vale per un gruppo estremamente eclettico e dai numerosi stili e sounds come i Queen, figuratevi come il discorso valga per gruppi che hanno creato sound unici, in grado di essere generati soltanto dai membri della band stessa, come Pink Floyd, The Beatles o perché no, Nirvana.

Il gruppo capitanato da Chris Martin - Fonte BBC.com
Il gruppo capitanato da Chris Martin – Fonte BBC.com

Ora ovviamente i Coldplay non sono i Queen, Chris Martin è Freddie Mercury.
Ma sono comunque un gruppo capace di vendere milioni di dischi in tutto il mondo, e rappresentano il meglio che il panorama musicale odierno possa offrire.

E questo deve far pensare. Come è stato possibile per un gruppo, che ad inizio millennio sembrava destinato consegnare i suoi brani più belli alla storia del rock e della musica, diventare commerciale quanto una lattina di Coca-Cola? E cosa ancor più triste, com’è possibile che sia ancora tra il meglio che la musica possa offrire?

Sia ben chiaro: chi vi scrive non odia il pop, ma è ovvio che sia un genere artisticamente inferiore alla galassia rock, più o meno puro che sia.
Altrimenti non si spiegherebbe come sia possibile che i miei coetanei, conoscano pressoché tutti a memoria Wonderwall degli Oasis, brano che in Italia nel 1995, suo anno di uscita, era arrivato al massimo al diciassettesimo posto nelle classifiche italiane, mentre nessuno sappia chi diavolo fossero i Take That, la boyband capitanata da Robbie Williams, che faceva sfaceli a livello di vendite.

Ed anche questo è una prova che la qualità paga. E la qualità nei Coldplay si è fermata a Viva la Vida or Death and All His Friends. Album confine tra i Coldplay alternative rock, ed i Coldplay pop. Da Mylo Xyloto in poi, fino all’ultimo singolo, Adventure of a Lifetime, è stata una grandissima serie di successi, ma effimeri.
E questo è dimostrato anche dalle collaborazioni con artisti come Rihanna ed Avicii, famosissimi e vendutissimi in tutto il globo, ma anche autori di musica oggettivamente di bassa qualità.

Come già accennato, tra The Scientist ed Adventure of a Lifetime, ci passa la stessa differenza che c’è tra un Brunello di Montalcino ed una Coca-Cola. Ad ascoltare quest’ultima non sembra nemmeno cantata da Chris Martin talmente marcato e predominante il sound elettronico e mixato nel brano.

La triste verità è che il gruppo di Martin, ha intrapreso un’inesorabile deriva commerciale dettata dalla necessità di vendere e di seguire i gusti della massa, oramai assuefatta alle torture per orecchie del genere Nicki Minaj o Justin Bieber.

Così com’è vero anche che canzoni come Fix You, Yellow o Trouble, sono destinate a restare nella storia della musica, così come nelle mie playlist per ancora tanti anni, a differenza di Paradise, Every Teardrop Is a Waterfall e Ghost, già da tempo sparite dalle radio e dalla nostra memoria.

E qui si conclude il mio sfogo. Adesso scusate, ma vado ad ascoltare The Scientist ed a bere una Coca-Cola.

A cura di Giuseppe Franzese