#NOT IN MY NAME

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Diluvio di fuoco su Raqqa. Hollande l’aveva promesso. I parigini l’avevano sperato. Le bombe sono arrivate davvero. Che sia l’inizio di una guerra?

Domenica 15 novembre, la Torre Eiffel è tornata a splendere. La luce è tornata sul cielo di Parigi e sui volti (ma non nei cuori) dei suoi abitanti. Il mezzo? Dodici jet dotati di 20 bombe pronte a colpire l’ISIS dritta al cuore come loro hanno fatto con l’Europa. In mezzo a tutto l’entusiasmo, il terrore e la paura, dovremmo chiederci ancora una volta a quale prezzo. Parigi, messa in ginocchio appena due giorni fa, scatta in piedi e rialza la testa costringendo però a piegarsi un territorio già sconvolto da mille orrori, una città da cui la gente tenta di fuggire ogni giorno perchè se quella dev’essere la vita allora forse meglio la morte in mezzo al mare.

Che la guerra non abbia nè vincitori, nè vinti è storia nota. Ma è di guerra che parliamo davvero? Ci troviamo di fronte alla terza guerra mondiale? Forse. Quel che è certo è che siamo di fronte ad un qualcosa che pensiamo di poter risolvere solo col sangue. I più grandi storiografi, giornalisti ed esperti del settore parlano di guerra “ibrida”, ovvero una guerra delocalizzata le cui regole non sono condivise dai partecipanti e di cui non si capisce neppure chi siano effettivamente le controparti. Non è una guerra di religione come molti dicono. Non può esserlo perchè ciò che effettivamente colpisce, in occasione di questi eventi, è soprattutto la risposta dell’Islam moderato, di quelle milioni di persone che sono riuscite ad integrarsi e a coinciliare i valori civili dei nostri paesi con i dettami della religione musulmana che, se osservata da persone oneste, non grida all’omicidio di fronte alla diversità. #Notinmyname è la loro risposta. Non nel nome dello stesso Dio. Nell’attacco di Parigi, ciò che più ha sconvolto è stata la scelta dei luoghi per colpire. L’ISIS ha attaccato i parigini nelle loro ore di svago, al ristorante, al teatro, al bar. Centinaia di ragazzi sono caduti mentre condividevano il valore piu’ rappresentativo della Francia posto a fondamento della nazione insieme a legalitè e fraternitè : la libertà. Libertà di fumare una sigaretta dopo la giornata di lavoro, libertà di mangiare in un posto elegante o di ballare a tutto volume sulle note di una band rock. Ma la Francia non ha in fondo fatto lo stesso? I raid aerei hanno colpito a schiera sulla città e se al mercato non si mette la musica o in moschea non si mangia tra amici rende forse il tutto meno grave? Che difendersi sia giusto è più che condivisibile, che forse l’unico modo di risolverlo sia una guerra anche. Ma non facciamo il loro errore. Non seminiamo paura tra persone che in mezzo al terrore ci vivono già. Giochiamo a carte scoperte, diciamo ai nostri e ai loro cittadini cosa davvero devono aspettarsi. Non possiamo pensare, oggi, se davvero vogliamo parlare di un’Europa unita che non si piega di fronte agli assassini, di rispondere ai vigliacchi con la vigliaccheria. Non diventiamo i terroristi di noi stessi. Se la guerra è iniziata davvero allora non vincerà nessuno ma almeno cerchiamo di essere dei perdenti che cadono in piedi, perdenti che possano un giorno gridare di non aver mai perso nè l’onore, nè il coraggio e scendiamo in campo con le armi che ci appartengono e che i nostri fratelli francesi conoscono meglio di chiunque altro. Facciamo in modo che le nostre vittime possano sentirsi fratelli dei loro civili, caduti come i nostri senza un perchè. Altrimenti, se tutto questo non si rivelasse possibile, scendiamo in campo si, ma per fare quello che oggi i musulmani veri, onesti e inorriditi, quelli umani per davvero, fanno per dimostrarci solidarietà e rispetto e ricordiamo a chi ha in mano le fila dei nostri destini che la guerra, le bombe e i coltelli non ci spaventano ma la vigliaccheria, la cattiveria e la dis-umanita’ ci terrorizzano.

 

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Chiara Perinetti

#notinmyname #fuckterrorism #anykindof

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