Intervista a Patrizio Trecca

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E’ risaputo che Roma sia la città eterna, la città dalle mille sfaccettature incomprensibili e, al contempo, affascinanti, in cui basta girare l’angolo e ti puoi imbattere in una varietà incommensurabile di volti e di menti artistiche. Ebbene, è esattamente ciò che è accaduto a me, matricola catapultata improvvisamente in una dimensione che, fino a qualche settimana fa, sembrava possedere i tratti più utopici. Si tratta di Patrizio Trecca, giovanissimo regista emergente grazie al quale voglio mostrare come si possa ottenere, anche velocemente (e non senza sacrifici), ciò che si desidera grazie alla tenacia e perseveranza. Patrizio vanta una biografia avente titoli di studio ottenuti a Bologna, Roma e in California; è riuscito a spiccare grazie alla sua web serie “Sìsara”, psicho-thriller da non perdersi assolutamente.

L’intervista in cui a breve vi imbatterete non voglio si basi su come sia nata la serie Sìsara, perchè come è ben noto, basta qualche click su google. La mia è una curiosità un po’ più articolata: vorrei sapere di lui, dei meccanismi interni alla regia, curiosità riguardo questo mondo cui maggior parte delle persone volgono lo sguardo quasi si trattasse di un mistero occulto e irraggiungibile.

“Come sei giunto alla conclusione che la regia sarebbe stato il tuo futuro? Avevi già interessi del genere o lo hai capito successivamente ad un determinato evento?”

P:”La strada è molto lunga, premesso che il successo per me è un aspetto secondario. Ho sempre avuto la propensione ad esprimermi attraverso “forme d’arte”, infatti ho iniziato dalla musica, intorno ai nove anni. Fu a quattordici anni che vidi Quarto potere di O. Welles e decisi che il cinema sarebbe stato il modo migliore per esprimermi. Sono uno che parla molto poco e per questo ho avvertito la necessità vitale di trovare altri sbocchi espressivi, da qui la scrittura e la regia cinematografica. Ho capito che era la strada giusta molto dopo averla intrapresa. Sul set ti accorgi se sei in grado di essere la guida di tante persone, quello che si definisce un leader. Per diventarlo però ci vuole ancora tanta esperienza, ma sento di essere sulla buona strada, o almeno le troupe con le quali ho lavorato mi hanno confermato questo. ”

“Spesso gli spettatori a casa guardano alla televisione o al computer, ciò che viene rappresentato, in maniera superficiale, esterna, statica. Qual è il modo affinché le persone a casa si sentano pienamente coinvolte nella rappresentazione scenica?”

P.:”Il cinema è finzione e non menzogna. Questa secondo me è la linea guida che deve essere alla base di qualsiasi opera, ci metto tutte le arti dentro. Uno spettatore che si sente preso in giro cambia canale o esce dalla sala molto facilmente. Lo spettatore vuole andare in un altro mondo quando vede un film e trovarsi davanti a una fiction in cui l’allegra famigliola piena di figaccioni vive felice e contenta non regge. Questo perché è una replica della realtà condita con la menzogna. Tutti hanno debiti da pagare, il canone RAI da pagare, malattie da curare e figli da tirare su con tutte le difficoltà del caso. Come può essere credibile un fiction che esclude tutti questi aspetti? In Italia dominano i cliché e questo è il vero problema. Quello che può certamente aiutare ad interessare il pubblico è certamente l’originalità, a patto che non sia pretestuosa. La cosa che mi fa arrabbiare è che gli italiani sono uno dei popoli più creativi al mondo.”

“È necessario che l’oggetto in questione sia un thriller (ricordiamo ai lettori la sua web series, a mio parere un vero capolavoro, Sìsara) oppure vi sono elementi a cui un regista debba attenersi necessariamente ? “

P.:”Grazie del complimento. Pensa che c’è chi dice in giro che non l’abbia scritta io, ma questo è un altro discorso. Un regista, ma ancora di più uno sceneggiatore, deve vivere di limiti, perché solo così può dare sfogo a un’originalità credibile e soprattutto aprirsi a una rottura degli schemi. Ciò non toglie che si possa spaziare di genere in genere. Chiaramente ci sono aspetti che un regista non può trascurare, partendo dal lato tecnico, fino ad arrivare a quello organizzativo. Ma per affrontare questo discorso sarebbero necessarie altre 20 domande…”

“Descrivimi con tre parole la vita da regista.”

P.:”Crescita, crescita, crescita.”

“Dicono che chi ama veramente ciò che fa, al mattino è come se non si svegliasse con il pensiero di “lavorare”. È così anche per te?”

P.:”Sì. Verissimo. Svegliarsi sapendo di dare sfogo alla propria creatività è un possibilità che invidierei a molti, se non l’avessi. ”

“Qual è la strada che consigli a chi, come te, vorrebbe esaudire il desiderio di far parte del mondo del cinema ?”

P.:”Il coraggio prima di tutto. Perché facendo questo lavoro ti trovi spesso a pensare che non ce la farai, pensi anche che è troppo da “raccomandati”, invece non è così. Bisogna osare e avere i nervi saldi, la capacità di vivere e di saper aspettare. La cosa certa è che non è un lavoro che si può fare stando dentro casa ad attendere che l’occasione bussi alla porta. Io ho scritto il mio primo film dopo dieci anni di “servizio” in questo campo. Per creare devi avere esperienze di vita, altrimenti sei solo un tecnico che non ha niente da dire e che ripete quello che altri hanno già detto, in una maniera che magari è stata già vista. Purtroppo le scuole in questo caso non servono a niente, perché uccidono la creatività, ti iniettano schemi sin da bambino e il coraggio che avevi da piccolo lo ritrovi dopo anni che sta ai minimi termini. Ho fatto l’aiuto regia, il produttore esecutivo, il runner e la comparsa. L’importante è starci, poi la strada per arrivarci non sarà mai diretta e in discesa, però alla fine ci si arriva. Mario Brega divenne attore portando una cassetta di frutta a Sergio Leone e Carlo Verdone, quindi…”

Finita l’intervista lo saluto con un “in bocca al lupo” e la sua risposta è totalmente inaspettata:” grazie e viva il lupo”. È proprio così… Il lupo deve vivere e, il nostro scopo è quello di non lasciarci ingannare e abbattere da esso!

 

 

A cura di Rosita Amatruda